Il Tirreno

Lucca

In cella tra i disagi e con la paura di uscire

La testimonianza del Gruppo di volontari della Casa di San Francesco che opera nel penitenziario

3 MINUTI DI LETTURA





LUCCA

Casa e lavoro: sono queste le due priorità di chi esce dal carcere. Lo sanno bene i volontari della Casa di San Francesco, che ricevono ogni giorno fiumi di lettere dai detenuti di tutta Italia che chiedono ospitalità, il tentativo concreto di riprendere contatto con la vita quotidiana.

Siamo in piazza San Francesco, dove ha sede, ancora per poco visto che il comune ha venduto il complesso di San Francesco all'Imt, la Casa e il Gruppo Volontari Carcere, nati negli anni '90 insieme alla cooperativa di lavoro e formazione “La Mongolfiera”, per dare un tetto e provare un reinserimento nel lavoro agli ex detenuti, persone ai domiciliari, in permessi premio e a coloro ammessi alle pene alternative.

Ed è un impegno quotidiano fuori e dentro il carcere, con attività di ascolto, di intrattenimento e di supporto alle persone, che sta a significare come non tutto quello che riguarda il mondo carcerario sia perduto o, peggio, inutile.

«Sul carcere si può fare molto, basterebbe applicare ciò che già esiste». A dirlo è l'avvocato Silvana Giambastiani, dell'associazione Volontari Carcere, e si riferisce al protocollo d'intesa costituito nel 2008 tra Provincia, comuni del territorio provinciale e rappresentanze del carcere, dell'Asl, dell'associazionismo e del mondo del lavoro. «È di fondamentale importanza applicare questo strumento – continua – perché permette di mantenere un'attenzione costante sulla realtà carceraria, aprire questo microcosmo alla città e intessere relazioni proficue e produttive. Invece il tavolo sul carcere non è mai più stato convocato».

Al San Giorgio c'è un problema costante di vivibilità, di depressione, di una popolazione carceraria che per il 50 per cento registra problematiche psichiche; ed esiste anche un problema di ordinaria amministrazione. Mancano le scarpe, le maglie, i pantaloni: ci sono detenuti che con l'inizio della stagione invernale indossavano ancora le ciabatte, in calzini e infradito sotto la pioggia.

«Per fortuna c'è don Beppe», raccontano i volontari. È don Beppe Giordano, infatti, prete del carcere, ad assicurare da anni una raccolta quotidiana di indumenti, attraverso appelli ai cittadini e agli amici più stretti. «La paura della libertà – spiega Agnese Garibaldi, presidente dell'associazione – è una triste verità. Ci sono detenuti terrorizzati dall'idea di uscire; altri ancora dichiarano di preferire il carcere, nonostante tutto, alla vita fuori, perché non hanno una casa, non hanno soldi né un lavoro. Molte volte succede che a rientrare al San Giorgio siano sempre gli stessi che, una volta fuori, tornano a fare quello per cui sono finiti dentro».

«E questo – conclude Giambastiani – la dice lunga sul carattere non rieducativo del sistema carcerario italiano. Un carcere che è solo sicurezza è un fallimento, un'enorme spesa ed è un'aberrazione. È il sistema che è sbagliato, l'ha ribadito anche il ministro della Giustizia, Severino, rispetto al cosidetto decreto svuota carceri». (n.d.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Italia

Tasse, Tari, Imu e multe: da oggi parte la rottamazione degli arretrati – Come fare domanda subito

di Redazione web