La manifestazione
Alla sofferenza si aggiunge l’ansia del letto che manca
Ecco il racconto di due giornate di particolare afflusso al pronto soccorso quando l ’emergenza richiederebbe la creazione di un’unità di crisi
di Fabrizio Tonelli
LUCCA
Il dolore ha il volto scavato e sofferente di un anziano ultraottantenne cui tutto a un tratto è cambiata la vita.
«Mio padre era un uomo attivo e vivace – racconta la figlia – ma si è rotto il femore e ha dovuto sottoporsi a un intervento chirurgico. Dall’anestesia si è risvegliata un’altra persona, non è più lucido, fa fatica. E pensare che prima guidava l’auto e andava a fare la spesa. Quasi non ci credo». Ma il dolore è anche nell’invocazione che arriva da un’altra camera: «Aiutatemi, datemi qualcosa», ripete un uomo con la voce roca, in modo quasi ossessivo, sopraffatto dai patimenti.
Due scene, due affreschi di due giornate ad alta tensione al pronto soccorso. Complice un weekend più lungo del normale, con i medici di famiglia assenti, e soprattutto un’ondata influenzale che colpisce in vari modi e ha ripercussioni a livello polmonare, gastrointestinale, cardiologico. Mettendo a dura prova il personale del Campo di Marte. Due giornate che hanno una lunga coda al lunedì, caratterizzato al pronto soccorso da cinque codici rossi e da un afflusso senza soste. Non ci sono più letti, piene le camere per i malati gravi e per quelli che sono in attesa che si liberi un posto nei reparti dove sono destinati.
I pazienti restano sulle barelle, allineate lungo i due lati del lungo corridoio, assistiti dai familiari. Qualcuna delle ambulanze che portano i malati in ospedale non possono ripartire immediatamente, non si sa dove sistemare i pazienti e servono perfino le loro lettighe.Il personale fa quello che può, ci si contende una coperta o un cuscino, si cerca di portare aiuto e conforto fin dove si può: c’è chi – pur nella consapevolezza di un lavoro sempre più stressante e ormai con poche soddisfazioni – si dice pronto a restare anche dopo il normale orario per dare una mano a superare la situazione di emergenza.
E chi si chiede perché la direzione dell’Asl, in questi casi, non attivi un’unità di crisi.La pressione scende solo verso il lunedì sera, quando tra trasferimenti e dimissioni, si riesce a sistemare più di un paziente, perfino chi è rimasto più di 24 ore su una lettiga.Ma c’è un’altra notte che si avvicina, con il suo carico di sofferenza e di dolore, e una certezza: questa sta diventando la regola e non più l’eccezione.
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