Italia
Il Comune bocciato dall’Antitrust
L’Autorità invalida la norma delle superfici minime per nuovi ristoranti e il divieto di sedie nei negozi di vicinato
di Barbara Antoni
LUCCA
L’Antitrust boccia il Comune su tutta la linea. Boccia i contenuti dell’articolo 17 del regolamento sui pubblici esercizi, che vieta ai negozi di vicinato la presenza, nei propri locali, di qualsiasi tipo di sedute. E boccia la dimensione minima di 165 metri quadrati (contenuta nello stesso regolamento) per aprire un nuovo ristorante nel centro storico.
Non solo: l’Autorità garante della libera concorrenza e del mercato intima all’amministrazione di Palazzo Orsetti un ultimatum: sessanta giorni di tempo per adottare iniziative correttive delle due norme altrimenti, trascorso questo termine, l’Antitrust si riserva un periodo di trenta giorni entro i quali presentare ricorso contro i contenuti in esame del regolamento comunale.
La bocciatura dell’Antitrust è l’epilogo della richiesta di chiarimenti all’autorità garante presentata da Giuseppe Melis, imprenditore lucchese del settore commercio che gestisce un negozio di vicinato (una pizzeria a taglio e panineria) nella zona di piazza Anfiteatro.
Lo scorso novembre, Melis, esasperato dalle prescrizioni del “fatidico” articolo 17 (introdotto la scorsa estate), secondo cui i negozi di vicinato non possono annoverare tra i propri arredi né tavoli né sedute, ma solo mensole per consentire ai clienti di consumare i cibi venduti, aveva chiesto un parere al garante. E nell’occasione aveva chiesto conto anche di un’ulteriore norma contenuta nel regolamento comunale sui pubblici esercizi: quella della superficie minima per aprire nuovi ristoranti (165 metri, più le superfici di calpestio, significa circa 350 metri totali), considerata da molti aspiranti ristoratori niente di meno che una misura per preservare da nuovi concorrenti le attività della ristorazione storicamente presenti in città. Un tema, questo, sul quale da mesi è in corso un dibattito vivace: una commissione consiliare, durante una serie di incontri, ha sentito le parti interessate per arrivare a una proposta di modifica della superficie minima. Le parti non si sono trovate d’accordo e l’unica proposta su cui il consiglio comunale dovrebbe pronunciarsi (a dire il vero, sembra rimasta in altomare) è quella della giunta, di dimezzare il parametro della superficie minima, portandolo a 80 metri quadrati.
Dopo la lettera di Melis, l’Antitrust aveva chiesto al Comune le ragioni dell’articolo 17. E la risposta era stata che voleva soltanto marcare la netta differenziazione tra negozi di vicinato e pubblici esercizi.
La soluzione, volenti o nolenti, a questo punto arriva dall’Antitrust. Di fatto l’autorità garante, nella lettera di risposta al signor Melis (recapitata in copia anche al sindaco) ritiene, su questo punto, che i 165 metri quadrati appaiano «una barriera all’accesso all’attività di ristorazione, senza che vi siano peraltro peculiari ragioni sottese all’opportunità della medesima previsione». L’Antitrust sostiene che «l’individuazione della superficie da riservare all’attività economica debba essere rimessa alla libera iniziativa di ciascun soggetto attivo sul mercato, quando non trovino giustificazione previsioni che definiscono per via regolamentare superfici minime di riferimento».
E quanto ai negozi di vicinato, il parere dell’Autorità è che non debba essere loro preclusa «la possibilità di usare i propri arredi, compresi tavoli e sedute, per il consumo immediato dei prodotti di gastronomia da parte della clientela». Ovviamente fatto salvo un punto: che i negozi di vicinato non possono praticare la somministrazione dei cibi venduti.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
