Trasporti
Il sindaco fa appello alla chiarezza: occorre sapere se la legge di Stato prevale sui regolamenti comunali
Liberalizzazione? Lucca dice no
Barbara Antoni
Le categorie: stare aperti più a lungo porta solo costi insostenibili dai negozi
3 MINUTI DI LETTURA
LUCCA. No ai negozi aperti 365 giorni l'anno. Categorie e amministrazione comunale sono compatti: il tessuto commerciale lucchese, fatto prevalentemente di negozi di vicinato, non ha alcuna convenienza a recepire la liberalizzazione introdotta dal decreto Monti. Una soluzione che, conviene il direttore di Confcommercio, «favorirà la grande distribuzione, ma che non è sostenibile per i negozi singoli. Ci auguriamo che l'amministrazione non segua la posizione sposata dai Comuni di Grosseto e Livorno. Piuttosto, l'auspicio è che nelle amministrazioni comunali si riprenda ad attuare i regolamenti, per favorire la concertazione». Confcommercio è schierata sul no in tutta la linea rispetto alle aperture liberalizzate, e a conferma della sua convinzione, dalla prossima settimana darà il via a una campagna, direttamente attraverso i mezzi di comunicazione, carta stampata compresa, per spiegare i motivi della sua posizione. «Anche a livello regionale - aggiunge infatti Rodolfo Pasquini - Confcommercio è convinta della non sostenibilità della liberalizzazione, sia per la qualità della vita degli imprenditori ma anche dei dipendenti. Nemmeno per i compratori avrebbe effetti positivi. Stare aperti sempre non aiuta a superare la crisi, ma la aumenta. I negozi che proveranno a stare aperti avranno come unico riscontro che sono soltanto le spese vive, vedi le bollette per le utenze, ad aumentare. Noi siamo per rilanciare sui patti locali per il commercio, solo così si può portare avanti un equilibrio nella sostenibilità. Ma il supporto deve venire dall'amministrazione comunale». E così anche il direttore di Confesercenti, Emanuele Pasquini, si dice dispiaciuto che, davanti alla liberalizzazione, «ci siano Comuni capoluogo che non fanno squadra. I Comuni che abbandonano la possibilità di esercitare un ruolo di primo piano nella pianificazione del commercio, di fatto lasciano il settore in balìa di se stesso. Ci auguriamo di arrivare a un chiarimento in merito alla suddivisione dei ruoli per quanto riguarda la programmazione del commercio. Non siamo contrari alla liberalizzazione - aggiunge - ma occorre capire con esattezza quali liberalizzazioni fanno economia e quali solo facciata. Aprire due ore in più al giorno porta un'inflazione sui costi, bollette più alte e non produce competitività. Il nostro territorio ha dimostrato di essere capace di programmare, come dimostra il piano sulle aperture domenicali e festive. Il Comune vuole rinunciare a governare gli orari dei negozi? Allora significa che si vuole svuotare di funzioni». Il sindaco Mauro Favilla non sembra avere alcuna voglia di abdicare funzioni, ma preme in primo luogo su un aspetto: la necessità di chiarezza in merito alla prevalenza della legislazione. Perché la legge dello Stato dice liberalizzazione, quella regionale cerca di contenerla e regolamentarla (non oltre le 13 ore di apertura giornaliere, non aperti la domenica: sono i contenuti dell'ultimo provvedimento dell'assessore regionale al commercio Cristina Scaletti), e poi ci sono i regolamenti attuativi su base comunale, sostenuti dalla Regione. «Occorre avere certezza - spiega il sindaco - se i Comuni hanno ancora potere decisionale in materia di pianificazione del commercio. Per ora non abbiamo preso alcuna decisione in merito alla liberalizzazione. Intanto, ne parleremo presto con le categorie».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
