Finanza
Francesco Azzarà è libero, incubo finito
Il cugino del medico rapito da una tribù della regione africana - che vive in un appartamento in via Guinigi, nel centro storico - era stato tra i più solleciti a chiedere un impegno concreto della città nel sponsorizzare la campagna a favore della liberazione di Francesco Azzarà
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«La notizia della liberazione di Francesco l’ho appresa direttamente da Massimo D’Alema, presidente del Copasir. Ancora non riesco a crederci: l’incubo è finito, presto riabbraccerò mio cugino». L’ingegner Carmelo Sgrò, presidente del comitato lucchese per la liberazione di Francesco Azzarà, il medico di Emergency rapito in Darfour il 14 agosto scorso, è raggiante per il buon esito della trattativa.
Il cugino del medico rapito da una tribù della regione africana - che vive in un appartamento in via Guinigi, nel centro storico - era stato tra i più solleciti a chiedere un impegno concreto della città nel sponsorizzare la campagna a favore della liberazione di Francesco Azzarà. E le istituzioni, per la verità, avevano risposto. Attraverso l’adesione all’unanimità del consiglio comunale e di quello provinciale, l’esposizione di manifesti a palazzo Ducale e di banner sulle pagine facebook del Comune. «Voglio ringraziare tutti della solidarietà ricevuta. Le adesioni sono state centinaia segno della grande sensibilità della gente e delle istituzioni lucchesi».
Carmelo Sgrò, ingegnere e consulente aziendale con studi in Toscana, Liguria e Sardegna, in questi quattro mesi è stato costantemente in contatto con le istituzioni e con il responsabile di Emergency, Gino Strada. «Sapevo che mio cugino era vivo e stava bene, ma le trattative sono andate avanti tra alti e bassi. In almeno tre circostanze sembrava che il rilascio di Francesco fosse imminente e invece alla fine la trattativa è saltata. Quando il presidente Massimo D’Alema mi ha comunicato ufficialmente che mio cugino era stato liberato non riuscivo a crederci.
So che è stato trasferito in elicottero in un’area desertica a Nyala e successivamente a Khartoum, capitale del Sudan. Non ci ho ancora parlato direttamente, ma attraverso Emergency mi hanno detto che sta bene, compatibilmente con la lunga prigionia. Verrà sottoposto a controlli medici e spero di riabbracciarlo nelle prossime 24 ore. Riscatto? Non so se è stato pagato e francamente anche lo sapessi non potrei rivelarlo. So soltanto che era in mano a un gruppo di ribelli ben organizzato».
Il cugino del medico rapito da una tribù della regione africana - che vive in un appartamento in via Guinigi, nel centro storico - era stato tra i più solleciti a chiedere un impegno concreto della città nel sponsorizzare la campagna a favore della liberazione di Francesco Azzarà. E le istituzioni, per la verità, avevano risposto. Attraverso l’adesione all’unanimità del consiglio comunale e di quello provinciale, l’esposizione di manifesti a palazzo Ducale e di banner sulle pagine facebook del Comune. «Voglio ringraziare tutti della solidarietà ricevuta. Le adesioni sono state centinaia segno della grande sensibilità della gente e delle istituzioni lucchesi».
Carmelo Sgrò, ingegnere e consulente aziendale con studi in Toscana, Liguria e Sardegna, in questi quattro mesi è stato costantemente in contatto con le istituzioni e con il responsabile di Emergency, Gino Strada. «Sapevo che mio cugino era vivo e stava bene, ma le trattative sono andate avanti tra alti e bassi. In almeno tre circostanze sembrava che il rilascio di Francesco fosse imminente e invece alla fine la trattativa è saltata. Quando il presidente Massimo D’Alema mi ha comunicato ufficialmente che mio cugino era stato liberato non riuscivo a crederci.
So che è stato trasferito in elicottero in un’area desertica a Nyala e successivamente a Khartoum, capitale del Sudan. Non ci ho ancora parlato direttamente, ma attraverso Emergency mi hanno detto che sta bene, compatibilmente con la lunga prigionia. Verrà sottoposto a controlli medici e spero di riabbracciarlo nelle prossime 24 ore. Riscatto? Non so se è stato pagato e francamente anche lo sapessi non potrei rivelarlo. So soltanto che era in mano a un gruppo di ribelli ben organizzato».
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