Sicurezza
«Chiudete l'inchiesta, non ho più soldi»
D.C.
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Il geometra ed ex assessore comunale Marco Chiari e a destra uno dei suoi difensori, lavvocato Carlo Di Bugno (Vip) Il geometra Chiari: da giugno ho il conto corrente bloccato
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LUCCA. «La Cassazione ha confermato quanto sostenuto dal Tribunale per il Riesame di Firenze: non ci sono prove di corruzione a mio carico. Ora, però, chiedo che la Procura faccia presto a chiudere l'indagine. È da giugno che non posso disporre del mio denaro e vivo solo perché mia moglie lavora in Comune. Non posso attingere dal mio conto corrente, non ho bancomat, libretto degli assegni, neppure Viacard e Telepass. È tutto vincolato nel conto-giustizia e io non chiedo il dissequestro perché voglio uscire da questa vicenda a testa alta». L'ex assessore Marco Chiari ha superato i problemi di salute e ha segnato un punto a suo favore con il pronunciamento della Suprema Corte. Adesso attende con impazienza che la magistratura chiuda il cerchio. «Chiedo solo che si sbrighino e se vogliono che mi interroghino. Finora la Procura non lo ha mai fatto e io sono a disposizione. Hanno ascoltato i clienti del mio studio professionale di geometra, anche quelli che si servivano da me prima che entrassi in giunta. Non vorrei che questa storia diventasse una persecuzione. D'altra parte, due tribunali hanno detto chiaramente che forse sono uno "sbrigafaccende", ma non un delinquente e che il castello accusatorio non sta in piedi. È un anno e mezzo che ci sono indagini e nessuna prova. Che non può esserci, perché sono una persona perbene». Chiari annuncia querele «nei confronti di chi ha fornito falsa testimonianza. Niente nomi, per ora. Ci pensano i miei legali, che mi consiglieranno se fare ricorso per ingiusta detenzione». Infine, un pensiero ai detenuti. «Ho preso pubblico impegno a aiutarli e lo manterrò perché il S. Giorgio è in condizioni che definire fatiscenti è poco. Sto cercando un lavoro per il giovane algerino che era in cella con me e che ora è fuori, ma senza occupazione. Purtroppo delle carceri non importa nulla a nessuno. Ho trovato tante porte chiuse, ma non mollo. Se sarà necessario mi incatenerò davanti alla casa circondariale per manifestare a favore di carcerati e guardie penitenziarie, che svolgono un'attività delicata e malpagata». L'avvocato Carlo Di Bugno e il professor Enrico Marzaduri - che difendono Marco Chiari e Maurizio Tani, gli unici finiti in carcere nell'inchiesta sulla corruzione nella pubblica amministrazione - attendono di leggere le motivazioni della Cassazione per esprimere un giudizio. Anche se è facile intuire che la Suprema Corte non ha ravveduto gravi indizi di colpevolezza tali da suffragare l'ordinanza di arresto per i protagonisti della vicenda. «Mancano le prove» sostiene il pool difensivo le cui tesi sono state accolte sia dal Riesame che dalla Corte di Cassazione. E visto che l'inchiesta ruota attorno alla figura di Marco Chiari alias «La volpe nel deserto» non è illogico pensare che per i giudici del tribunale della Libertà e per quelli della Suprema Corte nel rapporto di natura privatistica tra il geometra Marco Chiari e l'imprenditore Giovanni Valentini non abbia inciso sulla funzione pubblica di assessore del professionista lucchese. Non si spiegherebbe altrimenti il doppio ko subito dalla procura.
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