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Inchiesta corruzione, la procura contro il Riesame: "Fatti travisati"
Davanti alla Corte di Cassazione, dove fra un mese si parlerà dell’inchiesta lucchese sulla corruzione (presunta), la Procura non cambia posizione: sarebbero stati commessi i reati di corruzione, falso, abuso d’ufficio
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LUCCA. Fatti «travisati». Prove e intercettazioni «ignorate». Conclusioni che «aderiscono pedissequamente alla tesi difensiva». Davanti alla Corte di Cassazione, dove fra un mese si parlerà dell’inchiesta lucchese sulla corruzione (presunta), la Procura non cambia posizione: sarebbero stati commessi i reati di corruzione, falso, abuso d’ufficio. Sarebbero state pagate tangenti, sotto forma di incarichi professionali, dati o promessi agli amici e ai colleghi dell’ex super assessore ai grandi progetti, Marco Chiari.
E per favorire le operazioni immobiliari del gruppo Valore - la costruzione di un nuovo quartiere a S. Anna e la ristrutturazione dello stadio - sarebbe stata confezionata una variante urbanistica basata su dati sbagliati. Nel ricorso che dovrebbe essere discusso il 14 dicembre, il sostituto procuratore Fabio Origlio sostiene che sia viziata l’ordinanza con cui il tribunale del Riesame di Firenze ha annullato l’ordinanza di arresto e di provvedimenti cautelari emessi nei confronti degli indagati: politici (Chiari), funzionari (l’ex dirigente comunale all’urbanistica, Maurizio Tani), professionisti (l’ingegnere Andrea Ferro, l’architetto Luca Ruggi) e imprenditori (Giovanni Valentini, ex amministratore di Valore spa). E chiede l’annullamento dell’ordinanza per «manifesta illogicità della motivazione ed erronea applicazione della legge penale», specie in materia di corruzione.
La Procura. Nel ricorso, Origlio denuncia «l’opera demolitoria dell’indagine» effettuata dal Riesame, con il «completo travisamento dei fatti», la mancata valutazione di atti di indagine importanti forniti anche dopo l’arresto di alcuni indagati e l’omissione di intercettazioni significative. Origlio contesta al Riesame di scambiare la corruzione imputata a Valentini per atti di «gratificazione» nei confronti dell’ex assessore Chiari; contesta al Riesame di considerare «incomprensibili» intercettazioni come quella nella quale Valentini si definisce «tangentaro». E, soprattutto, contesta al Riesame di aver sposato la ricostruzione dei fatti della Procura per arrivare a conclusioni diverse, definendo le condotte degli indagati «penalmente irrilevanti, riconducendo tutta la vicenda nell’ambito della sfera morale e dell’opportunità, fornendo patente di liceità a condotte che devono, viceversa, essere gravemente sanzionate». Da qui la conclusione che la motivazione «adottata dal Riesame palesa sia la sua manifesta contraddittorietà sia la violazione di legge».
Le intercettazioni ignorate. Fra le intercettazioni alle quali il Riesame non avrebbe dato peso, per la Procura ci sono quelle al bar Stella Polare fra Tani, Chiari e Valentini. Queste conversazioni - secondo l’accusa - oltre a «fornire uno spaccato sulla completa perdita di significato dei ruoli e funzioni pubbliche rivestite (da Chiari e Tani), costituiscono un indizio dell’esistenza di un accordo quasi paritario fra i tre, con l’obiettivo di far conseguire comunque al privato i propri scopi». Nello specifico, nella conversazione del 25 febbraio, a un mese circa dall’adozione della variante urbanistica - cita il pm nel ricorso in Cassazione - Valentini «dimostrando la sua spregiudicatezza, senza mezzi termini propone a Tani di “pagare” per ottenere quanto desiderato, ottenendo da Tani la sola obiezione che per ora non si può, essendo periodo di campagna elettorale. Poi Valentini chiede a Tani consigli su come presentare un progetto per edilizia convenzionata da attuare a S. Anna, avendo saputo che la Regione metteva a disposizione 40 milioni per l’edilizia convenzionata». Non a caso, il pm conclude nel ricorso che Tani e Chiari si «mettono a completa disposizione degli interessi del privato (Valentini, ndr) quasi in veste di consulenti esterni».
Le gratificazioni. Il ricorso contesta anche la conclusione del Riesame riguardo agli incarichi Valore spa ha dato o promesso all’ingegner Ferro, ex presidente della commissione ambiente del Comune, e all’architetto Ruggi, socio dello studio privato di Chiari. Il tribunale fiorentino, infatti, non riconosce questo sistema come prova della corruzione. «L’accondiscenza di Valentini nei confronti di Chiari nell’affidamento di incarichi a persone da questo indicati - si legge nel ricorso - per il Riesame sarebbe solo “ricollegabile alle precedenti esperienze con Chiari, il cui spessore era noto a Valentini” che avrebbe tentato “di tenerselo buono e di accontentarlo nelle sue richieste di approvazione e affidamento di incarichi a persone da lui consigliate”». Per il tribunale - aggiunge Origlio - gli incarichi a Ferro e Ruggi «sono stati dati (da Valentini) non per riconoscere compensi corruttivi, ma solo per “gratificare Chiari, per tenerselo buono...essendo Chiari il suo referente delegato dal sindaco per la questione dello stadio”. Queste sono le inquietanti conclusioni del Riesame, secondo cui la gratificazione (economica e non certo morale) da parte del privato all’assessore non integra il delitto di corruzione».
L’anello delle tangenti. Nelle dichiarazioni di Andrea Ferro, intercettato nel suo studio, mentre parla con il padre Gabriele (presidente del tribunale), per Origlio ci sarebbe la conferma dell’esistenza «di un consolidato sistema di gestione della cosa pubblica da parte di Chiari e di un sistematico abuso a fini di lucro del suo assessorato». In queste conversazioni - si legge nel ricorso in Cassazione - Ferro «ammette di aver dato denaro a Chiari in relazione agli incarichi ricevuti da Valentini; ammette di essere un “anello” del sistema delle tangenti; teme che microspie nello studio di Chiari possano aver registrato passaggi di denaro; ammette di aver ricevuto promesse di altri incarichi professionali da Valentini; dice di aver ricevuto confidenze da Tani sul fatto che anche il sindaco era coinvolto nella vicenda; afferma testualmente: “Se Valentini vuol fare lo stadio, si deve riferire a Chiari perché coordina tutti gli uffici necessari, per cui per forza è l’interlocutore”».
E per favorire le operazioni immobiliari del gruppo Valore - la costruzione di un nuovo quartiere a S. Anna e la ristrutturazione dello stadio - sarebbe stata confezionata una variante urbanistica basata su dati sbagliati. Nel ricorso che dovrebbe essere discusso il 14 dicembre, il sostituto procuratore Fabio Origlio sostiene che sia viziata l’ordinanza con cui il tribunale del Riesame di Firenze ha annullato l’ordinanza di arresto e di provvedimenti cautelari emessi nei confronti degli indagati: politici (Chiari), funzionari (l’ex dirigente comunale all’urbanistica, Maurizio Tani), professionisti (l’ingegnere Andrea Ferro, l’architetto Luca Ruggi) e imprenditori (Giovanni Valentini, ex amministratore di Valore spa). E chiede l’annullamento dell’ordinanza per «manifesta illogicità della motivazione ed erronea applicazione della legge penale», specie in materia di corruzione.
La Procura. Nel ricorso, Origlio denuncia «l’opera demolitoria dell’indagine» effettuata dal Riesame, con il «completo travisamento dei fatti», la mancata valutazione di atti di indagine importanti forniti anche dopo l’arresto di alcuni indagati e l’omissione di intercettazioni significative. Origlio contesta al Riesame di scambiare la corruzione imputata a Valentini per atti di «gratificazione» nei confronti dell’ex assessore Chiari; contesta al Riesame di considerare «incomprensibili» intercettazioni come quella nella quale Valentini si definisce «tangentaro». E, soprattutto, contesta al Riesame di aver sposato la ricostruzione dei fatti della Procura per arrivare a conclusioni diverse, definendo le condotte degli indagati «penalmente irrilevanti, riconducendo tutta la vicenda nell’ambito della sfera morale e dell’opportunità, fornendo patente di liceità a condotte che devono, viceversa, essere gravemente sanzionate». Da qui la conclusione che la motivazione «adottata dal Riesame palesa sia la sua manifesta contraddittorietà sia la violazione di legge».
Le intercettazioni ignorate. Fra le intercettazioni alle quali il Riesame non avrebbe dato peso, per la Procura ci sono quelle al bar Stella Polare fra Tani, Chiari e Valentini. Queste conversazioni - secondo l’accusa - oltre a «fornire uno spaccato sulla completa perdita di significato dei ruoli e funzioni pubbliche rivestite (da Chiari e Tani), costituiscono un indizio dell’esistenza di un accordo quasi paritario fra i tre, con l’obiettivo di far conseguire comunque al privato i propri scopi». Nello specifico, nella conversazione del 25 febbraio, a un mese circa dall’adozione della variante urbanistica - cita il pm nel ricorso in Cassazione - Valentini «dimostrando la sua spregiudicatezza, senza mezzi termini propone a Tani di “pagare” per ottenere quanto desiderato, ottenendo da Tani la sola obiezione che per ora non si può, essendo periodo di campagna elettorale. Poi Valentini chiede a Tani consigli su come presentare un progetto per edilizia convenzionata da attuare a S. Anna, avendo saputo che la Regione metteva a disposizione 40 milioni per l’edilizia convenzionata». Non a caso, il pm conclude nel ricorso che Tani e Chiari si «mettono a completa disposizione degli interessi del privato (Valentini, ndr) quasi in veste di consulenti esterni».
Le gratificazioni. Il ricorso contesta anche la conclusione del Riesame riguardo agli incarichi Valore spa ha dato o promesso all’ingegner Ferro, ex presidente della commissione ambiente del Comune, e all’architetto Ruggi, socio dello studio privato di Chiari. Il tribunale fiorentino, infatti, non riconosce questo sistema come prova della corruzione. «L’accondiscenza di Valentini nei confronti di Chiari nell’affidamento di incarichi a persone da questo indicati - si legge nel ricorso - per il Riesame sarebbe solo “ricollegabile alle precedenti esperienze con Chiari, il cui spessore era noto a Valentini” che avrebbe tentato “di tenerselo buono e di accontentarlo nelle sue richieste di approvazione e affidamento di incarichi a persone da lui consigliate”». Per il tribunale - aggiunge Origlio - gli incarichi a Ferro e Ruggi «sono stati dati (da Valentini) non per riconoscere compensi corruttivi, ma solo per “gratificare Chiari, per tenerselo buono...essendo Chiari il suo referente delegato dal sindaco per la questione dello stadio”. Queste sono le inquietanti conclusioni del Riesame, secondo cui la gratificazione (economica e non certo morale) da parte del privato all’assessore non integra il delitto di corruzione».
L’anello delle tangenti. Nelle dichiarazioni di Andrea Ferro, intercettato nel suo studio, mentre parla con il padre Gabriele (presidente del tribunale), per Origlio ci sarebbe la conferma dell’esistenza «di un consolidato sistema di gestione della cosa pubblica da parte di Chiari e di un sistematico abuso a fini di lucro del suo assessorato». In queste conversazioni - si legge nel ricorso in Cassazione - Ferro «ammette di aver dato denaro a Chiari in relazione agli incarichi ricevuti da Valentini; ammette di essere un “anello” del sistema delle tangenti; teme che microspie nello studio di Chiari possano aver registrato passaggi di denaro; ammette di aver ricevuto promesse di altri incarichi professionali da Valentini; dice di aver ricevuto confidenze da Tani sul fatto che anche il sindaco era coinvolto nella vicenda; afferma testualmente: “Se Valentini vuol fare lo stadio, si deve riferire a Chiari perché coordina tutti gli uffici necessari, per cui per forza è l’interlocutore”».
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