Finanza
In teatro, sognando Puccini
Ilaria Bonuccelli
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Da sinistra in senso orario Luigina Monferini, attrezzista del festival Pucciniano, un’opera andata in scena sul lago e la casa di Puccini a Torre del LagoÈ lucchese, Luigina Monferini, una delle più note attrezziste italiane
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LUCCA. Il pullman da Lucca non c'è proprio a ogni ora. Ma è comodo abbastanza per arrivare a Torre del Lago. Il vecchio custode della villa sul Belvedere ormai conosce quella ragazzina lucchese con una passione sfrenata per il teatro e per l'opera. Quando arriva, le concede un lusso: la fa sedere sulla poltrona di Giacomo Puccini, per qualche minuto. E la ascolta parlare dell'angelo di San Michele che si vede dalla soffitta della casa natale del Maestro, riaperta a settembre. È da allora che Luigina Monferini si rivolge al compositore con la familiarità concessa a chi, per anni, si è seduto sulla poltrona oggi conservata nella casa-mausoleo di Torre del Lago. Luigina parla di "Giacomo" mentre allestisce le opere al gran teatro all'aperto di Torre del Lago, al Verdi di Pisa e - se capita - anche al Goldoni di Livorno. Proprio come ai vecchi tempi, quando era in tournée, apprendista scenografa e attrezzista, a Dublino. Quando girava per i teatri siciliani, quando a darle lezioni - all'accademia di Belle arti di Brera - era l'architetto e scenografo Tito Varisco, quello che disegnò perfino il Monoscopio con cui la Rai apriva e chiudeva le trasmissioni.
GIACOMO «Giacomo è nostro», dice Luigina Monferini nell'intervallo fra il primo e il secondo atto di Turandot, durante una recita a Torre del Lago. Quando tutti sono in scena, il direttore di palcoscenico Tony Cremonese è al suo posto, a controllare che tutto fili liscio, la capo attrezzista del festival Puccini si concede il tempo per parlare del suo argomento preferito. Nell'amore così aperto per Puccini, Luigina Monferini sa di essere una lucchese anomala. Merito del nonno livornese amante della lirica, forse. Ma riconosce come lucchese la passione per il teatro, per il dietro le quinte. Una passione così forte da farla rinunciare perfino a una carriera promettente come flautista, con scorno del suo insegnante più illustre, Severino Gazzelloni. «Il fatto è che a me piace più stare sopra il palcoscenico che in buca» ammette Luigina Monferini che ha vissuto l'epoca in cui al Giglio transitavano i grandi nomi degli allestimenti teatrali, da Dario Micheli (lo scenografo e costumista di Dario Argento anche nel film "L'uccello dalla piume di cristallo") e Franco Pugliese, che la convince a seguirlo in Irlanda.
GLI ESORDI «Il mio amore per il teatro - racconta Luigina Monferini - nasce da lontano. Avevo 14 anni, ero iscritta alle magistrali a Lucca, e già cantavo nel coro della Cappella Santa Cecilia, grazie a Gianfranco Cosmi, il mio insegnante di musica alle superiori. Era divertente e guadagnavo qualche soldino: 500 lire a messa e il panettone a Natale». Un giorno - prosegue l'attrezzista - don Emilio Maggini le fa sapere che c'è bisogno di una comparsa per il Rigoletto in cartellone al Giglio, con la regia di Zannaro. Luigina Monferini non se lo fa ripetere due volte: «Se le prove erano alle cinque del pomeriggio, alle tre io ero già a teatro. Non me ne volevo mai andare. E facevo bene. È al Giglio che ho avuto la possibilità di conoscere persone come Micheli, che mi ha insegnato moltissimo». Anche se a portarla via da Lucca sarà, qualche anno dopo, Franco Pugliese.
DAL GIGLIO A DUBLINO «Pugliese era venuto per gli spettacoli di grande livello che allora si organizzavano al Giglio in occasione del Settembre Lucchese. Mi prese a lavorare con sé e poi mi propose di seguirlo a Dublino in tournée. È stato allora che ho deciso di smettere di studiare flauto con Gazzelloni che mi chiamava "cita", ragazzina, bimba nel suo dialetto. Ci rimase male, ma io glielo spiegai: mi piaceva più stare sopra il palcoscenico che sotto». È così che Luigina Monferini, lucchese amante di Puccini, anticonformista come il Maestro e anarchica come le radici livornesi, si butta sulla scenografia. Sono gli anni dell'Accademia di Brera, dello studio con Varisco, delle esperienze in molti teatri italiani «soprattutto per l'allestimento delle opere. Mi piace la scenografia, ma con il tempo mi sono appassionata all'attrezzeria: amando la scultura, conoscendo i materiali, mi piace costruire con le mie mani tutto quello che serve per mandare in scena l'opera». Come dimostra tutta l'attrezzeria realizzata per la Turandot con la regia di Maurizio Scaparro che per due recite ha visto sul podio anche Gianpaolo Mazzoli, direttore del Boccherini.
IL PUCCINIANO «A Torre del Lago - riprende Luigina Monferini - abbiamo creato un laboratorio di attrezzeria straordinario, gestito da sole donne. Oltre a me, infatti, ci lavorano Daniela Giurlani, un'altra lucchese, di San Ginese, la livornese Donatella Bertone che collabora anche con il teatro La Gran Guardia, Alice Bandoni e Beba Fornaciari. Una squadra che funziona, anche in momenti di grande crisi per il teatro». I tagli alla cultura - denuncia Luigina Monferini - hanno fatto crollare le produzioni anche in quei teatri toscani virtuosi che fino a qualche anno fa proponevano nuovi allestimenti in continuazione. «La stagione autunnale e invernale sarà un problema - ammette l'attrezzista - se si pensa che, ad esempio, al Verdi di Pisa sono previste solo due recite di Madama Butterfly a novembre, riprendendo una produzione del Pucciniano. Al Giglio (dove Luigina Monferini non lavora più da anni) ci sono due date di Bohème e di un'altra opera. E per avere lavoro in modo continuativo, dovremo aspettare la prossima stagione del festival Pucciniano di Torre del Lago». Al contrario di qualche anno fa, quando «avevi la fortuna, com'è successo a me, di collaborare a produzioni importanti come l'Iris di Mascagni realizzata da Lindsay Camp o la straordinaria Cavalleria rusticana con cui è stato riaperto il teatro Goldoni a Livorno. Ma forse la colpa di questa situazione in parte è anche nostra. Di chi lavora a teatro, volendo seguire orari da impiegati e basta. Mi ricordo che qualche anno fa, mi aveva cercato per assumermi il teatro Verdi di Firenze: ho resistito due giorni. L'obbligo di pause, orari, straordinario e ammennicoli vari mi ha fatto passare la voglia. E me ne sono venuta via». Di fare l'impiegata, anche se di palcoscenico, Luigina Monferini non ha avuto voglia. A costo di perdere un posto fisso. «E di lavorare meno. Oggi la situazione è difficile, lo so. Ma mi rincuoro quando vedo alcune splendide produzioni che sono partite proprio da Torre del Lago, come la Butterfly con le scenografie di Kan Yasuda, che a 10 anni dalla prima ancora incantano, la Bohéme con le scenografie del compiano Jean Michel Folon o la Turandot con la regia di Scaparro che aveva lavorato anche con il grande artista belga. Allora penso che ne valga la pena. E capisco perché Puccini abbia voluto vivere e comporre sul Massaciuccoli. L'ho capito una sera di bufera, quando il vento si insinuava fra le canne del lago. Emettevano una melodia: quella del coro muto di Madama Butterfly».
GIACOMO «Giacomo è nostro», dice Luigina Monferini nell'intervallo fra il primo e il secondo atto di Turandot, durante una recita a Torre del Lago. Quando tutti sono in scena, il direttore di palcoscenico Tony Cremonese è al suo posto, a controllare che tutto fili liscio, la capo attrezzista del festival Puccini si concede il tempo per parlare del suo argomento preferito. Nell'amore così aperto per Puccini, Luigina Monferini sa di essere una lucchese anomala. Merito del nonno livornese amante della lirica, forse. Ma riconosce come lucchese la passione per il teatro, per il dietro le quinte. Una passione così forte da farla rinunciare perfino a una carriera promettente come flautista, con scorno del suo insegnante più illustre, Severino Gazzelloni. «Il fatto è che a me piace più stare sopra il palcoscenico che in buca» ammette Luigina Monferini che ha vissuto l'epoca in cui al Giglio transitavano i grandi nomi degli allestimenti teatrali, da Dario Micheli (lo scenografo e costumista di Dario Argento anche nel film "L'uccello dalla piume di cristallo") e Franco Pugliese, che la convince a seguirlo in Irlanda.
GLI ESORDI «Il mio amore per il teatro - racconta Luigina Monferini - nasce da lontano. Avevo 14 anni, ero iscritta alle magistrali a Lucca, e già cantavo nel coro della Cappella Santa Cecilia, grazie a Gianfranco Cosmi, il mio insegnante di musica alle superiori. Era divertente e guadagnavo qualche soldino: 500 lire a messa e il panettone a Natale». Un giorno - prosegue l'attrezzista - don Emilio Maggini le fa sapere che c'è bisogno di una comparsa per il Rigoletto in cartellone al Giglio, con la regia di Zannaro. Luigina Monferini non se lo fa ripetere due volte: «Se le prove erano alle cinque del pomeriggio, alle tre io ero già a teatro. Non me ne volevo mai andare. E facevo bene. È al Giglio che ho avuto la possibilità di conoscere persone come Micheli, che mi ha insegnato moltissimo». Anche se a portarla via da Lucca sarà, qualche anno dopo, Franco Pugliese.
DAL GIGLIO A DUBLINO «Pugliese era venuto per gli spettacoli di grande livello che allora si organizzavano al Giglio in occasione del Settembre Lucchese. Mi prese a lavorare con sé e poi mi propose di seguirlo a Dublino in tournée. È stato allora che ho deciso di smettere di studiare flauto con Gazzelloni che mi chiamava "cita", ragazzina, bimba nel suo dialetto. Ci rimase male, ma io glielo spiegai: mi piaceva più stare sopra il palcoscenico che sotto». È così che Luigina Monferini, lucchese amante di Puccini, anticonformista come il Maestro e anarchica come le radici livornesi, si butta sulla scenografia. Sono gli anni dell'Accademia di Brera, dello studio con Varisco, delle esperienze in molti teatri italiani «soprattutto per l'allestimento delle opere. Mi piace la scenografia, ma con il tempo mi sono appassionata all'attrezzeria: amando la scultura, conoscendo i materiali, mi piace costruire con le mie mani tutto quello che serve per mandare in scena l'opera». Come dimostra tutta l'attrezzeria realizzata per la Turandot con la regia di Maurizio Scaparro che per due recite ha visto sul podio anche Gianpaolo Mazzoli, direttore del Boccherini.
IL PUCCINIANO «A Torre del Lago - riprende Luigina Monferini - abbiamo creato un laboratorio di attrezzeria straordinario, gestito da sole donne. Oltre a me, infatti, ci lavorano Daniela Giurlani, un'altra lucchese, di San Ginese, la livornese Donatella Bertone che collabora anche con il teatro La Gran Guardia, Alice Bandoni e Beba Fornaciari. Una squadra che funziona, anche in momenti di grande crisi per il teatro». I tagli alla cultura - denuncia Luigina Monferini - hanno fatto crollare le produzioni anche in quei teatri toscani virtuosi che fino a qualche anno fa proponevano nuovi allestimenti in continuazione. «La stagione autunnale e invernale sarà un problema - ammette l'attrezzista - se si pensa che, ad esempio, al Verdi di Pisa sono previste solo due recite di Madama Butterfly a novembre, riprendendo una produzione del Pucciniano. Al Giglio (dove Luigina Monferini non lavora più da anni) ci sono due date di Bohème e di un'altra opera. E per avere lavoro in modo continuativo, dovremo aspettare la prossima stagione del festival Pucciniano di Torre del Lago». Al contrario di qualche anno fa, quando «avevi la fortuna, com'è successo a me, di collaborare a produzioni importanti come l'Iris di Mascagni realizzata da Lindsay Camp o la straordinaria Cavalleria rusticana con cui è stato riaperto il teatro Goldoni a Livorno. Ma forse la colpa di questa situazione in parte è anche nostra. Di chi lavora a teatro, volendo seguire orari da impiegati e basta. Mi ricordo che qualche anno fa, mi aveva cercato per assumermi il teatro Verdi di Firenze: ho resistito due giorni. L'obbligo di pause, orari, straordinario e ammennicoli vari mi ha fatto passare la voglia. E me ne sono venuta via». Di fare l'impiegata, anche se di palcoscenico, Luigina Monferini non ha avuto voglia. A costo di perdere un posto fisso. «E di lavorare meno. Oggi la situazione è difficile, lo so. Ma mi rincuoro quando vedo alcune splendide produzioni che sono partite proprio da Torre del Lago, come la Butterfly con le scenografie di Kan Yasuda, che a 10 anni dalla prima ancora incantano, la Bohéme con le scenografie del compiano Jean Michel Folon o la Turandot con la regia di Scaparro che aveva lavorato anche con il grande artista belga. Allora penso che ne valga la pena. E capisco perché Puccini abbia voluto vivere e comporre sul Massaciuccoli. L'ho capito una sera di bufera, quando il vento si insinuava fra le canne del lago. Emettevano una melodia: quella del coro muto di Madama Butterfly».
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