Trasporti
Armi e cavalieri, le poco note imprese in affreschi e dipinti
Paola Taddeucci
3 MINUTI DI LETTURA
LUCCA. Appuntamento con armi e cavalieri per «Lucca Segreta», la pubblicazione che Il Tirreno regala ai lettori. Oggi, in omaggio con il quotidiano, troverete la scheda numero 8 che vi porterà a scoprire alcune testimonianze delle virtù e delle gesta militari dei lucchesi. Ce ne sono pochissime, nonostante Lucca, come le altre città toscane, abbia avuto ragioni valide per esaltare tali virtù, visto che i suoi cittadini parteciparono a molte battaglie. Sembra quasi che, dal pacifico Rinascimento in poi, la distruzione di antichi intonaci abbia forse voluto cancellare la memoria di quei tormentati e dolorosi tempi che portarono non solo gloria, ma anche lutti, sofferenze e carestie. Per esempio, nel canto di Pozzotorelli, c'era un affresco monumentale celebrativo, l'unico del genere a Lucca sullo stile dei fiorentini di Santa Maria del Fiore. Il soggetto era, probabilmente, legato a Francesco Sforza, cavaliere di ventura che aveva avuto un ruolo fondamentale per Lucca con il suo intervento armato nel XV secolo contro i fiorentini che assediavano la città. Dell'affresco sono rimasti solamente gli stalli lignei che si trovano nel museo di Villa Guinigi. Ma non tutto è andato distrutto, come mostriamo nell'itineario, nel quale vi raccontiamo in particolare la storia e i luoghi del condottiero Giulio Diodati, appartenente a una delle famiglie lucchesi più in vista del Cinque-Seicento. Di lui, tra l'altro, parla il luogo publico per eccellenza: la sede del Comune. Legata, invece, all'itinerario di domani dal titolo "I graffiti medievali", è la falconeria. Nella scheda vi porteremo alla scoperta delle fantastiche incisioni lasciate secoli fa nella chiesa di San Michele dai suoi costruttori. Tra queste, diverse hanno come soggetti i falchi. Era con questi rapaci che i nobili medievali, a Lucca come nel resto d'Europa, si distinguevano nel praticare la caccia. Una forma venatoria per pochi di alto rango e di difficile esecuzione, perché non richiedeva doti di forza fisica o abilità di precisione nel lancio di freccie, ma un particolare affiatamento con il falco a seguito di ore e ore di addestramento. E le testimonianze di questa attività non ci sono solo nei graffiti di San Michele, ma anche nelle tarsie della facciata. Tra le tante scene di caccia, possiamo vedere un nobile a cavallo che porta al braccio il suo falcone. Nella stessa facciata, poi, i fantastici rapaci usati per cacciare - e oggi la falconeria è tornata di moda - sono in compagnia di numerosi altri animali, raffigurati anche loro nelle tarsie: daini, cinghiali, cervi, volpi, volatili, lontre. Non è difficile immaginare la piazza sottostante, dove si svolgeva il mercato, affollata dai banchi dove si poteva trovare selvaggina cacciata di ogni genere: in pratica gli stessi animali che gli artisti raffigurarono nelle tarsie.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
