Il Tirreno

Lucca

Si può divorziare senza traumi e litigi

Paola Taddeucci

Convegno per illustrare come funziona la pratica collaborativa

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 LUCCA. Nel Nord America la usano già da venti anni e da là si è poi affermata in Europa e Australia. In Italia si sta affacciando solo ora, ma sembra destinata a soppiantare il tradizionale percorso del divorzio. Senza guerre e nel segno dell'unità, dove non c'è una controparte sulla quale vincere. È questo il paradosso vincente della pratica collaborativa.  Un nuovo modo di separarsi e di risolvere le controversie familiari - più rapido del tradizionale procedimento giudiziale - che si pone come prioritario il mantenimento di buone relazioni tra i componenti del nucleo, anche dopo la separazione e la fine dell'esperienza familiare.  Un evento che può riservare traumi psicologici, come sa molto bene chi ha vissuto un'esperienza del genere.  Tutto questo nell'interesse non solo dei figli, ma anche degli adulti coinvolti che, al termine di un riuscito percorso collaborativo improntato al rispetto reciproco, avranno raggiunto accordi soddisfacenti per entrambi.  Decisi da loro stessi e non da un giudice.  Lucca è stata la prima città toscana ad aver ospitato un corso specifico di formazione.  Che si è tenuto da lunedì a ieri nello storico Palazzo Tucci, in pieno centro storico.  Lo ha organizzato Carla Marcucci, avvocato del Foro lucchese e componente del consiglio direttivo dell'Aiadc, l'associazione italiana che riunisce gli avvocati di pratica collaborativa.  Un'associazione nata da pochi mesi, ma già molto attiva.  Al corso hanno preso circa 50 professionisti - tra principi del Foro, commercialisti e psicologi - guidati dalle formatrici americane Sherry Goren Slovin, avvocato, e Barbara Hummel, psicologa.  La presenza al corso di commercialisti e psicologi indica, da sola, una delle novità sostanziali della pratica collaborativa.  «Il suo primo presupposto - spiega l'avvocato Marcucci - è che una separazione (o un divorzio) non si possa affrontare solo da un punto di vista legale perché le problematiche sono ben più complesse e sfaccettate, composte allo stesso tempo da questioni legali, finanziarie, psicologiche, relazionali e di riorganizzazione della propria esistenza».  Per questo la pratica collaborativa prevede un lavoro di squadra, dove ci sono sempre le due parti, i rispettivi avvocati ed eventualmente altri professionisti.  Come il commercialista o esperto finanziario, lo specialista dei bambini, uno o più esperti di relazioni familiari.  «Ciò che differenzia in modo cruciale la pratica collaborativa - conclude l'avvocato Marcucci - è proprio l'importanza del lavoro di squadra e dei rapporti, di affiatamento e condivisione, che intercorrono tra le persone e i professionisti che vengono coinvolti».

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