Il Tirreno

Lucca

«Vorrei Lucca città della Musica»

Sara Matteucci sul palco del festival Pucciniano per una recente produzione della Tosca del Maestro
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Sara Matteucci sul palco del festival Pucciniano per una recente produzione della Tosca del Maestro

L'aspirazione di Sara Matteucci: Giglio e Boccherini uniti per produrre opere

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LUCCA. Il desiderio matura con l'esperienza. Quando Sara Matteucci vanta già una cattedra al Boccherini e l'incarico di maestro del coro delle voci bianche del festival Puccini di Torre del Lago: vedere il teatro del Giglio e l'istituto musicale uniti. Impegnati nello sforzo comune di aumentare le produzioni liriche o sinfoniche, come si addice a un luogo che aspira al titolo di "Città della Musica" e che ha un albero genealogico (in senso culturale) adatto per ottenerlo: tutta la famiglia Puccini, fino al grande Giacomo, ma prima ancora Geminiani, Boccherini, Catalani, Luporini e perfino il siciliano (ma lucches d'adozione) Pacini.  Questo è l'obiettivo, l'aspirazione da adulta. La passione per la musica, però, Sara Matteucci, se la scopre da bambina, per mano al padre, Giovanni, ai concerti della Sagra musicale lucchese. Dai suoni, dagli strumenti, Sara rimane "affascinata". Non si annoia mai, neppure quando il concerto è d'organo, una musica meno accattivante per i bambini. E a 10 anni decide di mettersi a studiare pianoforte. Sono le lezioni di pianoforte il primo passo verso la carriera musicale, passata dal diploma in direzione di coro e musica corale al conservatorio di Adria (questa cattedra non esiste a Lucca), dagli studi di composizione e dalla laurea in storia della musica al Dams di Bologna.  Da 18 anni, Sara Matteucci (era appena diventata maggiorenne) dirige il coro delle voci bianche della Cappella Santa Cecilia; da anni svolge l'attività di musicologo; è docente al Boccherini (prima di storia della musica, ora di esercitazioni corali) e dal 2010 è anche maestro del coro delle voci bianche del festival Pucciniano. Ma non ha intenzione di fermarsi qui. Anzi. A 37 anni si pone due obiettivi da raggiungere, anche se non da sola: far riconoscere Lucca come città della musica dall'Unesco e contribuire a promuovere una collaborazione, sul fronte delle produzioni, fra Boccherini e teatro del Giglio «che - sottolinea la musicista - dovrebbe dotarsi di un coro di voci bianche stabile. Come dovrebbe avere una propria orchestra stabile». Soprattutto se il teatro riuscisse a organizzare più di 6 serate liriche all'anno. La maggior parte delle quali, oltretutto, di importazione.  Lei unisce la passione per la musica all'impegno per la cultura. Quali sono i suoi obiettivi?  «Vorrei che venissero valorizzate le realtà musicali importanti che esistono nella nostra zona. Restando a Lucca, abbiamo il Boccherini e il teatro Giglio che finora hanno dialogato poco, anche se da qualche tempo mi sembra che la situazione stia cambiando. Mi piacerebbe che queste due istituzioni unissero le risorse per diventare una forza produttiva a livello musicale, visto che oggi questo manca, nonostante la tradizione lucchese di grandi artisti. Non solo. Vorrei anche che all'interno di queste istituzioni musicali ci fosse più spazio per l'infanzia. Il Giglio potrebbe iniziare dotandosi di un proprio coro per voci bianche».  Non pensa che sia riduttivo pensare a un impegno congiunto fra Giglio e Boccherini solo per le voci bianche?  «È ovvio che la collaborazione fra Giglio e Boccherini dovrebbe puntare ad arricchire il cartellone con proprie produzioni di più ampio respiro. Tuttavia, è sbagliato pensare alle voci bianche solo come a cori di bambini. Infatti, le voci bianche nascono con l'esigenza dei compositori di individuare cantanti ai quali affidare ruoli femminili, in un momento in cui alle donne non era consentito esibirsi. Considerando le voci bianche sotto questa ottica, realizzando le possibilità tecnico-artistiche che hanno, progetti ce ne sarebbero molti. Potrebbero essere allestite produzioni straordinarie, sia liriche che sinfoniche: oltre alle opere di Puccini (con i cori di voci bianche, ndr), ad esempio, ci sono le opere di Britten. E, poi, non si deve trascurare l'utilizzo delle voci bianche nei Carmina Burana di Carl Orff o nelle composizione di Mendelssohn. E si potrebbe anche andare oltre».  Fino a dove, scusi?  «Fino alla produzione di Kinderoper che, attenzione, non sono opere per bambini, ma opere cantate da bambini per un pubblico adulto. Al di là di questo aspetto legato alle produzioni, però, non si considera mai l'importanza, anche in prospettiva, che una formazione musicale ha sui bambini: le mamme che portano i figli all'opera o a sentire un concerto creano il pubblico di domani, garantendo un futuro alla musica che non potrebbe più esistere senza persone che la ascoltano».  A Lucca, però, un coro di voci bianche, che lei dirige, già esiste. Eppure si fatica a produrre progetti come quelli ai quali accennava. Perché?  «Perché qui, come altrove, c'è poca attenzione a questa realtà musicale. Di solito, si preferisce convogliare le risorse verso qualche nome (musicista o formazione) popolare invece che investire in educazione, formazione e, quindi, in futuro».  Qualche cosa, comunque, si muove. A Torre del Lago il festival Pucciniano ha un proprio coro stabile di voci bianche. Lei come è arrivata a dirigerlo?  «Come spesso accade, per una circostanza di emergenza. Nel 2010 sono stata chiamata d'urgenza dal segretario artistico del festival per una tournée de La Bohème ad Abu Dhabi. Ho accettato l'incarico e poi il direttore generale del festival, Franco Moretti, mi ha chiesto di restare per la stagione estiva e anche per quella invernale. Così mi sono messa a lavorare con questi bambini, iniziando con l'impostazione vocale e con la respirazione. È fondamentale che già da piccoli si impari a respirare in modo corretto, al di là di quello che si farà da grandi. Ed è importante usare la voce il nodo corretto e tranquillo».  Il suo impegno al Pucciniano si limita al festival estivo?  «No. Abbiamo alcuni appuntamenti fissi come il concerto di Natale e quello di Carnevale; poi in passato abbiamo portato in scena l'operina Pinocchio, per orchestra e voci bianche».  Visto che da 18 anni è anche direttore del coro di voci bianche della Cappella Santa Cecilia, fra i suoi allievi c'è qualcuno che è diventato cantante o musicista di professione?  «Direi molti. Molti dei miei bambini si sono poi iscritti al conservatorio per studiare violino, flauto, piano. Una mia ex allieva, Ilaria Tovani, è perfino diventata un soprano. E, in qualche modo, i miei studi e la mia professione credo che abbiano influenzato pure mia sorella Giulia, più giovane di me di 11 anni. Infatti, quando è stato il momento di scegliersi una carriera, si è iscritta al conservatorio, si è diplomata in flauto traverso e oggi è una concertista apprezzata in tutto il mondo».  Da musicista e insegnante che cosa si augura per la città che si appresta a inaugurare la casa-museo di Giacomo Puccini?  «Vorrei che ci fosse un impegno maggiore per farle ottenere il titolo che le spetta: quello di Città della musica. Con la sua storia, le sue tradizioni, i musicisti che qui sono nati o qui hanno lavorato - Paganini compreso - è impensabile non ottenere dall'Unesco questo riconoscimento».

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