Il dolore
Dante? Dimorò a villa Fondora
Paola Taddeucci
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Accanto villa Fondora e altri caseggiati sottostanti, a destra in alto Anthony Moman e, sotto, la statua di Dante a Firenze Nella casa del pittore Moman visse anche Lorenzo Viani
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LUCCA. Il primo fu Dante, che vi soggiornò ai primi del 1300 durante l'esilio. Poi Lorenzo Viani, il grande pittore e scrittore viareggino, i cui genitori erano nati lì. Venti anni fa, invece, è stata dimora di Omar Falworth, eccentrico e noto autore di saggi sulla felicità. Da quattro, infine, è la casa dell'artista inglese Anthony Moman, apprezzatissimo in questi giorni al museo d'arte contemporanea di via della Fratta per la mostra di pittura "Oh my God!". L'arte chiama l'arte a Villa Fondora sulle colline di Pieve S. Stefano. Uno straordinario fil rouge che, pur con salti vertiginosi tra 700 secoli, sembra ricondurre sempre lì: verso il genio, l'arte, la fantasia e la bellezza. Dante e Gentucca. D'altra parte tutto ha origine nientemeno che dal sommo poeta, colui che ha scritto ciò che nessun altro finora è mai riuscito a scrivere né, forse, ci riuscirà: la Divina Commedia. Esiliato da Firenze nel 1302 per essersi messo contro il papa, Dante fu a Lucca in diversi periodi successivi a quella data, a partire dalla quale peraltro non fece mai più ritorno in patria (morì a Ravenna nel 1321). A uno di questi viaggi fa riferimento nel canto XXIV del Purgatorio, in cui il rimatore Bonagiunta gli predice che sarà una gentil donna, Gentucca, a rendergli piacevole la visita alla città sulla quale lo stesso Dante non ha un giudizio benevolo. I Fondora. La Gentucca dantesca altro non è che la moglie di Bonaccorso dei Fondora, casata lucchese proprietaria di terreni, palazzi e dimore, tra cui la torre in piazza dei Mercanti (di cui oggi rimangono solo resti), l'oratorio di piazza San Francesco (ex cinema Eden e poi casa per detenuti) e, appunto, la villa di Pieve S. Stefano. La pietra. Che Dante fosse passato da quella splendida dimora in collina - da cui si domina tutta la pianura e in particolare la città e le sue torri - lo dimostrava una pietra su cui erano incisi il nome del poeta e la data della sua permanenza. Ma di quella pietra oggi non ci sono tracce. Forse è rimasta nascosta sotto intonaci e muri nel corso dei numerosi rifacimenti che la casa ha subito. Oppure è stata distrutta quando la villa fu occupata, durante la seconda guerra mondiale, periodo in cui venne anche spogliata di preziosi arredi e mobili. «Abbiamo cercato dappertutto - raccontano Anthony Moman e sua moglie, Ann - ma non l'abbiamo trovata». La rivelazione. Quando hanno acquistato la casa, quattro anni fa, i Moman - entrambi londinesi, da sette hanno scelto di vivere in Lucchesia e prima di Pieve S. Stefano hanno abitato sulle colline di Camigliano - non sapevano niente né di Dante, né di Lorenzo Viani, né di Falworth. È stato quest'ultimo a innescare la miccia, presentandosi a Villa Fondora pochi mesi dopo che i coniugi inglesi vi si erano insediati con i loro due figli. «Arrivò vestito con un mantello e un cappello - racconta Ann Moman -. Un tipo sicuramente eccentrico, all'inizio non mi fidavo molto. Ma cominciò a parlare e la diffidenza via via si sciolse. Descrisse la casa, dove aveva vissuto vent'anni prima con la moglie e i figli. Mi disse della pietra di Dante e prima di congedarsi ci ha regalato due suoi libri e ci ha raccomandato di avere sempre amici dentro questa casa, per lui bellissima. Da allora non lo abbiamo più visto». Le ricerche. Quella conversazione scatenò la curiosità dei Moman, soprattutto di Ann, che stentava a credere di vivere nelle stesse stanze dove era stato nientemeno che Dante. «Iniziai a fare ricerche - prosegue la signora - su Internet, tra la gente del posto, sui libri. Non solo trovai conferme ai racconti dello scrittore, ma emerse ancora altro. Cioè che nelle dipendenze della villa, un tempo abibite ad abitazione del fattore e a stalle, ora ristrutturate ad abitazioni, era di casa Lorenzo Viani perché i suoi nonni e sua madre erano nati lì e per anni avevano lavorato come contadini per i Fondora, prima di emigrare in Versilia. Lorenzo Viani. E a Fondora il pittore e scrittore, nato a Viareggio nel 1882 e morto a Ostia nel 1936, ha dedicato molte pagine. Lui - il vagero anarchico e ribelle - si sentì sempre il figlio del pastore e considerò sua la storia dei contadini dei monti della Lucchesia. Della vita alla tenuta di Pieve S. Stefano Viani ha rivelato parecchi dettagli in diversi scritti. Il palazzo, così lo chiama, era abitato soltanto in ottobre, "nel mese della svinatura". E poi: "L'edificio, solenne come un altare, con due alti cipressi ai lati, bozzato di pietrame grigio con la facciata bianco-avorio, aveva una scala a due rampe balaustrate di marmo canario che portavano nel salone buono. Nature morte e le quattro Stagioni oleografate decoravano le pareti spaziose. Sotto una scarpata di pietrame, ardua come un baluardo, c'era acchiocciata la casa dei miei". Vita contadina. Viani prosegue, nei suoi scritti, con un lungo racconto sulla vita degli "opranti" di Fondora, i suoi nonni con la famiglia: nel celliere gli uomini facevano il vino, mentre la madre e le zie lavoravano al telaio. Il pozzo prendeva l'acqua dal fiume Serchio, e poi c'erano le stalle degli animali, pecore, maiali, galline. Nel salone della loro casa di contadini gli unici mobili erano una grande tavola da Cenacolo e quattro panconi. Qui il nonno guidava l'orazione prima del pranzo. "Lo rivedo - scrive Viani - col capo curvo, la gran barba tra le mani incallite, insieme alla corona da dodici poste, solenne come un anacoreta dipinto dal Ribera". I Moman. Dopo lo stupore iniziale per Dante e l'altrettanto imprevista scoperta di Viani, i Moman si sono ulteriormente convinti di essere stati guidati, nell'arrivare a Fondora, da qualcosa di straordinario. «Quando abitavamo a Camigliano - racconta - venivamo spesso da queste parti per fare una passeggiata. Eravamo attirati. Così abbiamo iniziato a cercare una casa per trasferirci. Villa Fondora è stata la prima di una lunga lista di abitazioni che abbiamo visto e che a me piacevano di più. Anthony, invece, ne è rimasto subito affascinato e l'ha sentita subito sua. Poi anche io mi sono convinta. E ci siamo trasferiti». L'arte chiama l'arte. Anthony - che prima di dedicarsi all'arte, sua passione da sempre, ha lavorato come pubblicitario, agente immobiliare e operatore finanziario - ha adibito la cappellina della villa a suo studio. Qui, per la mostra in corso al museo di via della Fratta, ha dipinto oltre venti quadri. «Ben più di quelli - dice - che avrei dovuto fare, ma mi sono venuti, ero ispirato». E l'ispirazione deve essere stata particolarmente felice se al museo si sono fatti in quattro per trovare spazio ai quadri in eccesso, invece di rimandarli indietro, mettendoli appesi anche in luoghi insoliti, come i corridoi e la parete del bar. L'arte ha chiamato davvero l'arte, lungo un viaggio di sette secoli.
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