Il dolore
Sceglie i campi la cooperativa sociale
Nicola Nucci
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Il presidente Federico Martinelli Al lavoro alla Maolina i dieci soci della neonata Calafata
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LUCCA. Produrre vino, olio e miele di qualità, ridare vita alla terra ed offrire un lavoro a chi è finito ai margini della società. È questo lo è scopo della neonata cooperativa agricola sociale Calafata, alla Maolina. Dieci soci, tra i quali un'impresa agricola e la Caritas, promotrice dell'iniziativa che ha convogliato la passione, le energie e le professionalità di un gruppo di uomini e donne, istituzioni ed aziende agricole. Una sfida che racconta il presidente, Federico Martinelli. «Crediamo che una risposta alla crisi economica attuale sia fare interagire le fragilità, ovvero quella di un patrimonio agricolo locale minacciato dalla burocrazia, dalla difficoltà di rimanere concorrenziali, dalla perdita di interesse da parte delle giovani generazioni, e le fasce di popolazione, come disoccupati e diversamente abili, che sono fragili perché penalizzate dall'accesso ad un mercato del lavoro che non solo dovrebbe dare loro sussistenza, ma renderle persone felici di sé e restituire possibilità di espressione e progettualità». Dietro a ogni storia spesso c'è un incontro. «Per noi è stato quello con l'azienda agricola Del Secco, produttrice di un vino buono e al quale i lucchesi sono affezionati, quello della Majulina - spiega Martinelli - l'azienda, in un momento di generale difficoltà, cercava una strada per non essere costretta ad abbandonare la cura delle viti centenarie, alcune precedenti alla filossera, e disperdere il sapere prezioso e artigiano del fare il vino. Dopo un anno di gestazione abbiamo dato vita a questa esperienza cooperativistica, tradizione che a Lucca non ha mai avuto un grande sviluppo. Siamo dieci soci, più altre donne e uomini che provengono dai gruppi di acquisto solidali (gas). Tre persone lavorano nei terreni, di cui una da categorie protette. Tra poco vorremmo avviare altri quattro contratti, due dei quali per categorie svantaggiate». Il nome, del resto, racchiude lo spirito della cooperativa. «Perché Calafata? È una parola inventata, ma che richiama l'arte dei Mastri Calafati, che con un lavoro faticoso e umile, sigillando con la pece e la stoppa le fessure nelle chiglie delle navi, facevano navigare il legno e rendevano sicuri i viaggi e sterminati i mari da solcare. Siamo convinti che si è davvero "proprietari" della terra quando la si fa vivere, la si rende un luogo di giustizia, nel quale si pratica un lavoro che restituisce dignità all'uomo e contribuisca alla bellezza e al benessere della comunità». Un progetto di agricoltura sociale nato intorno al vino. «A questo si sono subito aggiunti l'olio e il miele con gli altri prodotti di apicoltura. Abbiamo da poco cominciato con le verdure e la frutta e ci piacerebbe recuperare varietà antiche di cereali e castagne. Il nostro lavorare si muove intorno a tre idee: la passione e la voglia di imparare, il recupero della memoria dei luoghi e dei modi, l'apertura all'innovazione e alla ricerca di qualità. È fondamentale il rapporto con le altre esperienze del territorio. Partecipiamo anche al mercato contadino di Capannori e stiamo strutturando una rete di punti vendita interessati ai nostri prodotti. In questa fase iniziale cerchiamo di cogliere le opportunità di supporto alle giovani esperienze di imprenditoria che i fondi europei destinano alle forme di "azionariato sociale"».
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