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«Amiamo Lucca, l'aiuteremo»
Luca Tronchetti
Riccardo Maestrelli conferma: «Se troviamo soci andiamo avanti»
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LUCCA. Nel nome del padre. Riccardo Maestrelli, 43 anni, imprenditore, figlio del presidentissimo Egiziano che ha fatto la storia della Lucchese degli anni Ottanta e Novanta è pronto a venire in soccorso di quei colori rossoneri che hanno allietato i giorni dell'adolescenza e della giovinezza. La promozione in B, le trasferte, le partite seguite in tribuna accanto al padre, l'emozione per la vittoria, l'amarezza della sconfitta. Ci tiene il "giovane" Maestrelli a non essere etichettato come il "salvatore della patria". «Vogliamo soltanto dare una mano a una città e a una maglia di cui siamo innammorati. - dice al telefono Riccardo Maestrelli -. Non ne facciamo una questione di ripartizione di quote sociali (60% piuttosto che 50% o 70%) o di categoria (D o Eccellenza), ma di partecipazione della comunità lucchese. Non riusciamo a credere che in una splendida città con una fiorente economia non ci siano 4-5 imprenditori che amano la Lucchese e vogliono riportarla calcio in categorie più consone al suo blasone. Il ricordo di un Porta Elisa pieno e di tifosi entusiasti non può offuscarsi in un decennio». Ci pare di capire che la famiglia Maestrelli torna a guidare la Lucchese soltanto se al progetto partecipano imprenditori locali. «Assolutamente sì. Credo che gli sportivi abbiano imparato la lezione sulla propria pelle. Da faccendieri che rilevano il club per motivi ancora oscuri a imprenditori non lucchesi che vedono nella squadra di calcio il mezzo per raggiungere un altro fine. Noi ci impegneremo seriamente, come abbiamo sempre fatto nella nostra attività, se con noi ci sarà un gruppo di imprenditori lucchesi che domani potranno proseguire a far calcio in materia autonoma. L'Abramovich di turno non viene a Lucca, sceglie le grandi città. È al nostro interno che dobbiamo rimboccarsi le maniche e unire le forze. Soltanto così ci si risolleva». Come si esce dal tunnel? Qual è la ricetta della famiglia Maestrelli? «Il settore giovanile. È bello vedere i bambini crescere in una società ben organizzata che insegni loro il valore dello sport, li prepari alla vita e alla fine del percorso formativo sappia selezionare i migliori portandoli in prima squadra facendoli debuttare nel mondo professionistico per poi cederli ai club più blasonati. Non c'è altra politica possibile per le squadre di provincia. Una politica che prima Atalanta ed Empoli e oggi altre formazioni di seconda e terza fascia (Varese, Reggina, Chievo) adottano sistematicamente con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. È un po' la continuazione del disegno che mio padre, Pino Vitale e i tanti ottimi collaboratori della nostra Lucchese avevano tracciato alla fine degli anni Ottanta». Qualcuno si chiede perchè l'intervento della famiglia Maestrelli sia avvenuto soltanto dopo e non prima della nuova esclusione della Lucchese dal calcio professionistico. «Guardi, le dico che quest'idea è maturata proprio qualche giorno dopo la notizia della mancata iscrizione. Mio padre è rimasto profondamente colpito: aveva le lacrime agli occhi. Eravamo nella nostra casa al mare e con noi c'erano gli amici di sempre Pino Vitale, Enrico Castellacci e Bruno Russo che, con Mario Donatelli e Francesco Monaco, è uno degli ex giocatori a cui siamo più affezionati. Abbiamo parlato ed è scattata la scintilla. Noi non siamo di Lucca, ma siamo attaccati alla città e siamo pronti a dare un mano. Ma il pallino in mano non l'abbiamo noi. Lo hanno l'amministrazione comunale, la Provincia, le istituzioni che debbono farsi promotrici del nostro impegno e fare in modo che imprenditori seri e appassionati decidano di investire nel calcio. Io il nuovo presidente? È prematuro, l'importante è che la Lucchese continui a vivere. Sarebbe un peccato mortale disperdere un patrimonio secolare».
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