Finanza
Chiari si congeda dal consiglio
Alessandro Petrini
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Lassessore Marco Chiari: lascia lincarico «Le accuse contro di me? Basate su interpretazioni»
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LUCCA. Prende la parola, legge poche righe e poi, visibilmente commosso, lascia l'aula lasciando la sua lettera nelle mani dell'assessore Giovanni Pierami. Marco Chiari, l'ex superassessore della giunta Favilla, si congeda così dal consiglio comunale dopo il suo coinvolgimento nell'operazione "Volpe del deserto", l'inchiesta sui presunti legami fra tangenti pubbliche e operazioni immobiliari private. In particolare, secondo la procura, quelle di Valore spa: la costruzione di un nuovo quartiere a S. Anna e la riqualificazione dello stadio Porta Elisa. «Sono stato definito dalla procura uno "sbrigafaccende" - dice Chiari al consiglio comunale - ed è vero. Ma le faccende che ho sbrigato per questa amministrazione le ho sbrigate lecitamente e nell'interesse del Comune». Una pausa, poi continua: «Voglio guardare la gente negli occhi senza vergognarmi di nulla perché non sono né un corrotto né un corruttore». Sono due passaggi di una relazione a tutto tondo, che coinvolge gli affetti, il suo operato nell'amministrazione e il modo in cui la procura ha condotto le indagini: «La mia presunta colpevolezza è stata basta su interpretazioni e non su prove. Su intercettazioni telefoniche e ambientali durate quasi 12 mesi e ancora sicuramente in corso». E poi Chiari accusa: «Sono diventato carne da macello in un copione di un film che qualcuno vuole per forza scrivere. L'ho già detto, il regista si conosce, l'attore principale pure, il produttore per ora è ancora nascosto». Dopo aver puntualizzato la natura dei suoi rapporti professionali con Giovanni Valentini, ex amministratore di Valore spa (la società immobiliare che sarebbe stata favorita dalla presunta cricca del mattone) Chiari tira le conclusioni: «Se la tessera Vip della Lucchese calcio è considerata corruzione cosa sono i biglietti omaggio di varie manifestazioni? La procura dice che la promessa (di incarichi, denaro o altre utilità, ndr) equivale a corruzione ma allora è giusto chiudere le porte e farci tutti prigionieri. Del resto indagare una persona come Mauro Favilla (accusato di concorso in corruzione) vuol dire non conoscerlo e non conoscere la sua storia e non riconoscergli la correttezza e onestà intellettuale e morale. Questo non è un processo per corruzione - conclude - ma un processo morale dove altri giudicano cosa sia morale o no».
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