Trasporti
Una Chiesa in cambiamento
Azelio Biagioni
◗
Il Seminario e l’arcivescovo Italo Castellani (Vip)«Ma non deve guardare a un passato che non torna più»
5 MINUTI DI LETTURA
LUCCA. Una diocesi viva, in cambiamento, che punta molto ai giovani e agli anziani. Ma dove il neo è rappresentato dall'età del clero. Oltre 60 presbiteri su 192 hanno più di ottant'anni e il ricambio è davvero esiguo. Ne parla l'arcivescovo monsignor Italo Castellani. Eccellenza, come sta l'arcidiocesi di Lucca? «È in una fase di grande cambiamento, da molti punti di vista. Sta attraversando un tempo che, se affrontato con fede ed impegno, condurrà la Chiesa di Lucca ad assumere un profilo assai diverso da quello che abbiamo conosciuto. Il mio desiderio è che sappia stare in questo tempo di cambiamento e non si lasci trattenere dalla nostalgia di un passato che non tornerà mai più o che non si spinga in percorsi che non sono coerenti e continui con la sua grande e straordinaria storia». Quali sono i suoi punti di forza e di debolezza? «Ad un vescovo quello che interessa e per il quale deve spendere la sua vita è la custodia e la trasmissione della fede nel Signore. Il resto ha decisamente minore importanza. Con questa premessa posso dire che le risorse sono ancora molte, così come non sono pochi i punti deboli del nostro tessuto ecclesiale. «Tra i punti di forza indico la presenza, ancora diffusa, di un non trascurabile senso di fede tra la gente e la disponibilità a riflettere e a interrogarsi (cosa per niente scontata) sul tema del credere, come hanno testimoniato i convegni diocesani di questi ultimi anni. «La debolezza è espressa dalla fatica a trasmettere il dono della fede alle giovani generazioni e a dialogare con le situazioni di difficoltà spirituale, umana, e anche sociale che ci sono sia nella comunità che nella vita civile. Questi sono aspetti che mi premono». Lucca è una diocesi viva, attiva. Lo dimostrano le tante iniziative che porta avanti nel mondo dei giovani e con un occhio sempre attento agli ammalati. Due settori particolarmente importanti. «Sì, perché questi di fatto esprimono due situazioni di debolezza: sia i giovani che gli ammalati, anche se ciò sembra contraddittorio, soffrono per la stessa mancanza di speranza e necessitano di una maggiore cura. I giovani vivono un tempo difficile, assai più povero di quello che abbiamo vissuto noi nella ormai nostra remota giovinezza, soprattutto dove è assente la speranza per il domani. I malati, e direi in genere gli anziani, avvertono la debolezza e la precarietà dell'esistenza e per questo hanno bisogno di vicinanza e tanto amore. Le iniziative non vogliono certo esaurire i problemi, ma porsi come richiamo verso due mondi che ritengo particolarmente bisognosi di attenzione». Durante una recente omelia ha parlato di un presbiterio ferito. Perché? «Perché essere preti oggi, anche se estremamente bello e affascinante, è drammaticamente e umanamente difficile. Le ferite più acute sono quelle della riduzione del clero - perché i preti (ma non solo i più vecchi) muoiono e non sappiamo come rimpiazzarli - e gli abbandoni, purtroppo non pochi negli ultimi anni. Poi ci sono le ferite più profonde legate alla perdita del senso della figura del prete. I conflitti che attraversano le parrocchie e che vedono il prete punto di equilibrio difficilissimo, una mentalità laicheggiante che banalizza i valori più alti, una missione che si scontra con la solitudine personale e il bisogno di relazioni umane, la convinzione che occorrano nuovi modi per vivere il ministero meno assillanti per gli impegni pratici e più carichi di spiritualità e umanità». Quanti sacerdoti conta la diocesi? E questi sono sufficienti a coprire le 362 parrocchie? «In questo momento la diocesi ha 192 preti, più una decina di religiosi. Numericamente sarebbero più che sufficienti per una popolazione di 330mila abitanti. Il problema è che di questi circa 200 preti oltre 60 hanno più di ottanta anni e molti sono ancora in servizio, e sotto i 50 anni ci sono solo 38 presbiteri. Provi ad immaginarsi quale sarà la situazione fra vent'anni». Fra qualche anno si giungerà all'accorpamento di più parrocchie in una sola? «Già adesso stiamo lavorando a questo. I numeri che le ho detto poco fa sono molto chiari. Devo esprimere una forte gratitudine ai miei preti e alla gente delle comunità perché, anche se con fatica - più che comprensibile - si stanno adattando a questo cambiamento. La diocesi ormai è fatta per la maggior parte di unità pastorali, cioè più parrocchie con un solo parroco, che cercano di condividere e vivere insieme i momenti importanti per la vita della fede. Lo ribadisco: si sta andando verso un tempo dove si dovrà custodire l'essenziale. E l'essenziale è la fede, che si salvaguarda con l'Eucaristia (la messa domenicale) e l'ascolto della parola di Dio (cioè la catechesi e la formazione). Per il resto credo che non ci saranno più risorse e non ci sarà più tempo». In Seminario, i ragazzi che un giorno diventeranno preti sono pochissimi. Perché, secondo lei, c'è questo calo delle vocazioni? «Beh, intanto speriamo che i giovani che sono in seminario diventino preti! Noi parliamo di calo di vocazioni perché abbiamo nella testa uno schema. Ma Dio è più sapiente di noi e sono sicuro che non farà mai mancare il necessario al suo popolo. Forse il necessario non corrisponde, per Dio, a quello che noi pretendiamo. Che fare? Io mi fido di Dio». Qual è la posizione del laico nella Chiesa locale? «Veniamo da un tempo dove a Lucca il laicato ha avuto un ruolo molto importante non solo nella vita della Chiesa (penso all'Azione Cattolica) ma anche nella vita sociale (Lucca è stata l'isola bianca). «Non vorrei sbagliarmi, ma il ruolo è rimasto prigioniero delle sue posizioni e delle sue prerogative. Con la crisi di appartenenza e di vitalità delle associazioni, di fatto il nostro laicato si è fortemente ridimensionato, perdendo spessore culturale. Auspico che, in questo tempo di cambiamento, ci sia una ripresa della consapevolezza circa la necessità di un impegno laico proprio per la sopravvivenza e la consegna del dono della fede, oltre che per una testimonianza, vera e non di facciata, nei luoghi vitali della società dove né il vescovo né i preti (sempre meno) possono arrivare».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
