Il Tirreno

Lucca

«Sono innocente, voglio il processo»

Ilaria Bonuccelli
«Sono innocente, voglio il processo»

Ieri la conferenza stampa di Marco Chiari che accusa la magistratura di agire «senza avere prove concrete». L'assessore (definito dai pm e dal tribunale "sbriga faccende"), coinvolto nell'inchiesta su presunti intrecci tra cemento e tangenti, è stato l'unico - tra gli indagati - a passare due settimane in carcere. Ora dice la sua verità

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LUCCA. Archiviazione delle accuse, completa, senza ombra di dubbio, o processo. Marco Chiari, l'assessore "sbrigafaccende" - come lo indica la Procura - è pronto a presentarsi in giudizio per spiegare che non c'entra nulla con le mazzette. Non gli va bene il ruolo di capo di una presunta cricca che, secondo la Procura, avrebbe lavorato per favorire le operazioni immobiliari del gruppo Valore - sullo stadio e a S. Anna - in cambio di incarichi professionali a tecnici amici. Lo dice senza giri di parole, puntando l'indice contro la scelta della magistratura di arrestarlo «in assenza di prove concrete».

L'aveva detto, Chiari: una volta scarcerato e alleggerito dalle accuse, si sarebbe tolto qualche sassolino dalla scarpa. In realtà lancia pietre.
Provato dai 15 giorni di carcere, Chiari conferma la volontà di dimettersi a metà mese, al momento del rimpasto di giunta «per non mettere in difficoltà il sindaco». L'assessore, dunque, accantonerà la politica ma non la battaglia giudiziaria «perché io sono innocente. È vero: sono uno che si vanta dei risultati, ma non sono un corrotto. Lo ha detto anche il tribunale del Riesame». Smantellando l'impianto accusatorio contro la presunta "cricca" del mattone.

LA MAGISTRATURA
Chiari dice di avere ancora fiducia nella magistratura. A patto che «ti arresti se trova prove concrete contro di te, non se crea ipotesi accusatorie basate su espressioni come "si presume" o "verosimilmente". O se interpreta fatti e intercettazioni. Lo ha detto anche il Riesame nella sua sentenza: io sono uno sbrigafaccende, ma questo non è un reato. E contro di me non sono state trovate prove lampanti di corruzione». Nonostante «12 mesi di indagini e 50 carabinieri impegnati. Questo dimostra - riprende - che la lotta contro il sistema è impari, anche per le implicazioni economiche: alla Procura non costa nulla ricorrere in Cassazione contro il Riesame, a chi è indagato sì». Perciò - insiste - ci vorrebbe più cautela prima di prendere «certi provvedimenti che ti trasformano in un bandito. Togliendoti tutto, come è successo a me: carte di credito, conti correnti, perfino il telepass. L'ho detto dal primo giorno: se sono corrotto, tenetemi dentro. Ma sono sicuro di essere così innocente da non dover dimostrare nulla. Se, però, non vengo scagionato, voglio andare a processo. Eccome».

I RAPPORTI CON FERRO
Chiari difende l'amicizia con l'ingegnere Andrea Ferro, l'ex presidente del comitato ambientale comunale, accusato di concorso in corruzione. Sarebbe stato - secondo l'accusa, contestata dal tribunale del Riesame - uno dei tecnici ai quali l'assessore faceva ottenere incarichi anche da Valentini, dietro pagamento di una percentuale sulla parcella. L'assessore, però, smentisce.

E dà la sua versione dell'incarico assegnato da Valentini (per conto della Lucchese) a Ferro per rilievi sui terreni di San Donato, indicati come sede possibile del nuovo stadio, poi di una stazione di servizio. «Per San Donato - attacca Chiari - Ferro ha percepito un compenso di 10mila euro, di cui 8mila girati ad altri professionisti (geologo, agronomo) per consulenze. Gli sono rimasti 2.000 euro che, tolte tasse e spese, sono la metà: a me, quindi, sarebbero toccati 500 euro. A essere sincero, credo di valere di più».

Detto questo, Chiari conferma che «Ferro è un amico e un collega. Quando ho fatto l'assessore per l'amministrazione Fazzi, nel 2000 gli ho ceduto lo studio, con regolare contratto di sub-locazione. Da quel periodo ci portiamo dietro ancora rapporti di lavoro comuni. Perciò se oggi dovessi consigliare un professionista farei il suo nome: io stesso, che sono geometra, ricorro spesso a lui per competenze ingegneristiche».

LE PRATICHE FAVORITE
Chiari ricorda che hanno sequestrato le pratiche del suo studio. «Così - dice - si vedrà quali clienti ho acquisito negli ultimi due anni in virtù dell'incarico da assessore. Questa è la tesi sostenuta da miei ex collaboratori. In particolare da una che ha usato la carta intestata del mio studio per presentare una sua pratica, convinta che questo la potesse agevolare. Non sapendo che i tecnici comunali mi avvertivano: "Se la pratica viene dal tuo studio la dobbiamo guardare 10 volte, per non lasciare adito a dubbi".
La persona che mi accusa, comunque, è la stessa che, dopo l'alluvione del dicembre 2009, si è rivolta a me, in qualità di delegato ai risarcimenti, per sapere se si poteva fare qualche cosa per far approvare la perizia presentata per la casa allagata dei suoceri. Io ho fatto presente che c'erano criteri e graduatorie. Sei mesi dopo ha lasciato lo studio».

L'AFFARE DEL CAPANNONE
Stesse riserve per le dichiarazioni rilasciate da Alessandro Terigi, proprietario del capannone visitato dall'assessore in cerca di un luogo per l'incidente probatorio del processo per la strage di Viareggio. «A due mesi dall'evento - dice Chiari - la magistratura chiese al sindaco di reperire uno spazio di 1000 metri quadri. Fra le soluzioni contemplate, ci fu quella del capannone di Terigi, visitato anche dal procuratore Aldo Cicala, da due altri magistrati, dal sindaco e dal capo della cancelleria del tribunale. In quella occasione, Terigi - di cui sono stato tecnico e conoscente - mi chiese quanto potesse valere l'affitto. Io gli suggerii, da tecnico, circa 25mila euro al mese.
È stato lui, poi, a suggerire un compenso per la mediazione che io non ho mai chiesto». Ora - aggiunge Chiari - lunedì «dovrò testimoniare in un processo in cui Terigi è parte lesa perché il Comune ha autorizzato la realizzazione di 32 appartamenti al posto di serre dismesse a San Macario. Ritenendosi danneggiato, l'imprenditore ha chiesto un risarcimento di 6 milioni al Comune: può essere che anche questo non abbia favorito la sua testimonianza».

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