Proteste
"Sbrigafaccende", non corrotto
Il Riesame: nelle intercettazioni Chiari tendeva ad autoincensarsi
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LUCCA. Non un corrotto, ma uno "sbrigafaccende", uno che coglie al volo l'occasione per aumentare il proprio prestigio personale. Il Riesame scagiona l'assessore Marco Chiari, figura chiave dell'inchiesta della Procura su un presunto intreccio tra autorizzazioni edilizie e tangenti, l'unico su cui ha pesato una misura cautelare in carcere (che lo ha costretto per 15 giorni al San Giorgio) ma lo dipinge a tinte forti. «Che il Chiari, come efficacemente sostenuto dal pm in udienza, sembri abitualmente svolgere un ruolo di "sbrigafaccende" non vi è alcun dubbio: le intercettazioni - riportano a pagina 29 le motivazioni del Riesame - attestano questa sua attività, che si dispiega in modo trasversale, nelle più disparante situazioni, in modo non riconducibile alle sue funzioni di assessore, non appena si profili per lui una occasione dalla quale sia possibile immaginare lo scaturire di conseguenze favolrevoli, sia al fine di aumentare il suo prestigio personale che al fine di ottenere anche minimi vantaggi economici». E, sempre il Riesame, continua che «la carriera politica all'interno dell'Amministrazione e le inevitabili conoscenze che da essa derivavano, costituoscono per il Chiari non solo occasione di aumentare il proprio prestigio ma anche occasione di acquisire qualche incarico professionale, che egli dirottava verso il suo socio architetto Ruggi (non potendo omettere di rilevare che il Chiari svolgeva tuttora la professione di geometra, essendo chiamato dal sindaco a ricoprire il posto di assessore, e che avrebbe comunque potuto lecitamente svolgere anche la sua libera professione) o verso persone di sua conoscenza, come accaduto con l'ingegner Ferro. Il tenore delle conversazioni intercettate appare idoneo non tanto a fornire la prova dei delitti in corruzione contestati, bensì a delineare la personalità del Chiari, evidenziando come egli fosse solito con i suoi interlocutori attribuirsi il "merito" di decisioni amministrative, non riconducibili certo a lui ma alla Giunta o al Consiglio comunale, e ciò al fine di ottenerne guadagno sia ai fini della crescita del suo prestigio personale che in termini economici: tale comportamento, per come emerge dalle intercettazioni e per l'accertamento della effettività degli incarichi ricevuti dal Ferro e dal Ruggi, non può essere ritenuto idoneo a comprovare il "metodo corruttivo", per l'assenza del compendio indiziario relativo agli elementi del grave reato contestato». Il Riesame continua nella sua tesi riguardo l'assessore Chiari. Partendo dalla «evoluzione del procedimento amministrativo relativo alla adozione della variante, e inerente alla già avvenuta procedura di approvazione del Masterplan, deve ritenersi riconducibile non ad atti riferibili al Chiari bensì ad una scelta (certamente discutibile ma assolutamente consentita e discrezionale) dell'Ente pubblico ed adottata dal suo organo di governo ovvero dalla Giunta», il tribunale della Libertà sostiene che «in tale contesto, la richiesta del Chiari, del tutto scollegata dalla effettiva commissione di qualsiasi "favoritismo" nei confronti dell'imprenditore Valentini, si rivela e deve essere ritenuta come una ennesima manifestazione del suo modo mai disinteressato di relazionarsi al prossimo e della sua straordinaria capacità di autoincensarsi e di attribuirsi il merito del risultato raggiunto (in questo caso della approvazione del Masterplan in Giunta, atto di natura collegiale e già deciso dalla Amminsitrazione comunale e comunque al quale lui non aveva nemmeno partecipano trovandosi in ferie all'Elba) al quale, furbescamente, assumendo l'atteggiamento del creditore, il Chiari faceva conseguire, con collaudata disinvoltura, richieste di lavoro, quasi che ciò dovesse a lui essere riconosciuto come se si trattasse di un atto dovuto, conseguente a una qualche implicita "riconoscenza" per l'attività svolta». B.A.
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