Trasporti
«Ho deciso: lascerò il Comune»
Barbara Antoni
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L’assessore Marco Chiari nel suo ufficio in Palazzo OrsettiChiari verso le dimissioni: «Sono la pecora nera della politica lucchese»
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LUCCA. «Ringrazio il sindaco per la fiducia che mi ha dimostrato, ma io sto meditando di andarmene, di lasciare l'amministrazione». Poi si ferma un momento. «A meno che - aggiunge - io non venga riabilitato. A meno che i partiti dichiarino in maniera ufficiale che ogni dubbio sulla mia onestà è svanito. Quello che mi preme, più di tutto, è la mia famiglia. Non voglio più che mia madre, mia moglie e le mie figlie soffrano per me». È passata quasi una settimana da quando Marco Chiari, ex superassessore della giunta Favilla, oggi assessore a traffico e mobilità, è uscito dal carcere (mercoledì 29 giugno, ndr). Al San Giorgio ha trascorso quindici giorni - a seguito di una ordinanza di custodia cautelare collegata all'inchiesta della procura lucchese su un presunto intreccio fra edilizia e tangenti -, che hanno lasciato in lui un segno profondo, e non lo nasconde. Ma col passare del tempo, la tensione si allenta. E l'assessore confessa che «penso ai giorni in galera e mi sembra un film. Sono stato in carcere e sono innocente. Quando succedono cose come queste sei impotente. Non posso accettarlo, non posso arrendermi». Da quando è tornato a casa, circondato dalla sua famiglia, ha preso qualche decisione? Sto meditando di lasciare l'amministrazione comunale. Ringrazio il sindaco. Ma sono quasi certo di andarmene. E quando deciderò in modo definitivo convocherò farò una conferenza stampa, dirò tutto quanto ho da dire. Perché una risoluzione così "estrema"? Perché vuole tirarsi da parte in modo così totale? Perché non voglio danneggiare la politica lucchese, che è così pura e sana, sia a destra che a sinistra. Mentre io sono la pecora nera. E siccome sono la pecora nera, è giusto che mi allontani dalle pecore bianche. Lo dice con ironia, o è la pura verità? La realtà è che da quando sono stato arrestato, mia madre, che ha 88 anni, si è rinchiusa in casa. Una delle mie figlie ha pianto per quindici giorni. L'altra, che vive all'estero, ha dovuto leggere sui giornali che suo padre era un delinquente e per questo l'avevano rinchiuso in carcere. Mia moglie per quindici giorni ha girato per la città con il marito in carcere, sapendo di essere osservata da tutti. Quanto a me, che stavo rinchiuso, sapere che non sono né delinquente né disonesto non era e non è sufficiente. Al contrario, io voglio essere tranquillo. Voglio guardare negli occhi la mia famiglia, e voglio che sappia che ha a che fare con una persona onesta e seria. Voglio che anche la mia famiglia mi guardi dritta negli occhi. Esiste una condizione che potrebbe spingerla a tornare indietro sulla decisione di lasciare l'amministrazione comunale? L'unica condizione per restare è quella di essere riabilitato. E per sentirmi riabilitato, tutti i partiti della maggioranza dovrebbero rilasciare una dichiarazione ufficiale per affermare che sono una persona onesta, che sono a posto. Un atto di questo genere potrebbe sollevare anche la mia famiglia. A me importa solo di lei. Ha pensato di avanzare una causa per ingiusta detenzione? Valuterò sul da farsi con i miei avvocati. Cosa ricorda del giorno in cui le è stato comunicato che sarebbe uscito dal carcere? Ero molto afflitto. La mattina stessa avevo parlato con mia moglie. Le avevo confidato che pensavo davvero di dover rimanere là tutta l'estate. E per questo, le dissi, qualsiasi cosa «potesse accadere, devi pensarci tu». Adesso che, come racconta, sta gradualmente metabolizzando quanto le è accaduto, dall'inchiesta alla carcerazione, le intercettazioni, quali sono i pensieri, le riflessioni che emergono? Sono stato intercettato per un anno, dodici mesi rubati alla mia vita privata, le conversazioni con mia moglie registrate. Credo che quanto mi è capitato sia una sconfitta per la società civile. Se mandano una persona in galera, senza gravi indizi di colpevolezza, chi ci rimette non è solo la persona, ma tutta la società.
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