Il Tirreno

Lucca

Per il tribunale fiorentino troppo forte la misura restrittiva del gip per i cinque indagati con l’accusa di corruzione

«Non c'era la necessità di arrestarli»

Luca Tronchetti
«Non c'era la necessità di arrestarli»

Dalle motivazioni del Riesame si capirà dove quali sono i punti deboli dell'indagine

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LUCCA. Apprendono di essere tornati uomini liberi nei modi più svariati. Marco Chiari da una guardia penitenziaria mentre è in cella. Luca Ruggi e Andrea Ferro a casa, dai loro legali prima del fax con le decisioni del tribunale del Riesame. Idem per l'architetto Giovanni Valentini e il dirigente comunale Maurizio Tani.  Finisce un incubo. Ora c'è da capire perché. La risposta è nelle motivazioni che hanno portato i giudici del Riesame (presidente Bruno Maresca, relatore Paola Palasciano, a latere Pier Francesco Magi) ad annullare le misure cautelari (carcere e arresti domiciliari) decise dal gip. Solo le motivazioni possono rivelare anche se l'impianto accusatorio è ancora valido. Un dato, però, è certo: per il tribunale della Libertà non c'era la necessità di misure restrittive per nessuno dei 5 indagati. Altrimenti i giudici si sarebbero limitati ad attenuare i provvedimenti: chi era detenuto sarebbe passato ai domiciliari, chi era ai domiciliari avrebbe avuto l'obbligo di firma o di dimora.  Visto l'annullamento delle misure restrittive l'impressione è che il Riesame abbia ritenuto i fatti contestati come «corruzione impropria», invece che come corruzione vera e propria. Nessuno, insomma, avrebbe pagato un pubblico ufficiale per compiere un atto contrario al suo dovere d'ufficio, ma avrebbe, semmai, pagato (sotto quale forma è da vedere: si parla di una tessera vip per la Lucchese calcio del valore di 1.500 euro) per compiere un atto comunque dovuto.  Il Riesame, dunque, avrebbe interpretato fatti, intercettazioni e risultati di consulenze in modo difforme rispetto al gip e alla procura. E la differenza è sostanziale: per la corruzione propria è previsto il carcere, per quella impropria, no.  C'è, poi, da chiarire come il Riesame abbia letto la questione dell'esiguità del denaro che la procura ritiene essere pervenuto all'assessore Chiari: pochi soldi, visto che la contestata mazzetta di 40mila euro, pagata sotto forma di incarico a un socio di studio dell'assessore, per un accatastamento immobiliare effettuato per conto di Valore spa, deve essere epurata delle detrazioni fiscali, delle spese vive sostenute (14mila euro), del parziale pagamento delle prestazioni della notula emessa dal socio di Chiari. Infine la contestazione espressa nelle 9 pagine dei motivi di riesame presentate dagli avvocati Enrico Marzaduri e Carlo Di Bugno per conto di Marco Chiari e Maurizio Tani e legata all'imputazione di falso ideologico in atto pubblico di cui è accusato il dirigente comunale per la relazione di monitoraggio. Per l'accusa Tani avrebbe scritto il falso attestando l'esistenza di un quantitativo di superficie fondiaria residenziale superiore a quella ancora effettivamente disponibile. Ma le cifre contestate - 124mila metri quadrati di residenziale ancora da edificare - non sono state inserite nella relazione di monitoraggio, ma sarebbero state rivelate già nel 2008, nel documento di conformità fra piano strutturale e regolamento urbanistico. Se i giudice del Riesame avessero condiviso l'interpretazione della difesa, ritenendo che la variante al piano strutturale (basata sulla relazione di monitoraggio) non stata fosse falsificata per favorire Valore spa, ma vi fosse al massimo un abuso d'ufficio per agevolare la società immobiliare per il progetto del nuovo stadio e per il nuovo quartiere a S. Anna, sarebbe facile comprendere il venir meno delle esigenze cautelari in relazione anche alla fattispecie del reato. Perchè, contrariamente al falso ideologico, l'abuso d'ufficio non prevede la detenzione.

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