Proteste
«Io non sono un uomo corrotto»
L'assessore Marco Chiari racconta la detenzione: sdraiato sulla branda 24 ore al giorno a pensare. «Ho avuto aiuto dai compagni di cella: mi chiamavano "lo zio", mi hanno prestato gli asciugamani»
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«Ho dormito malissimo, avevo incubi continui. Mi svegliavo dal sonno leggero e ripassavo la mia vita come fosse un film per capire cosa avessi fatto di grave per finire in prigione. I miei difetti sono sempre stati di essere troppo disponibile con gli altri e di parlare tanto. Ma non sono un corrotto».
Sono le tre e mezzo di un pomeriggio afoso e Marco Chiari da un'ora è rientrato nella sua villetta di San Concordio. È a torso nudo, ha ancora indosso i calzoni che indossava al momento di essere scarcerato dal San Giorgio. «Ora il mio sogno - dice al telefono al suo difensore Carlo Di Bugno - è di farmi una doccia di due ore».
Per provare a smorzare la tensione e ricominciare a sentirsi una persona in grado di fare quel che vuole. Per 15 giorni il superassessore della giunta Favilla è rimasto chiuso in carcere e adesso racconta quei giorni, iniziando dal momento dell'arresto. «Non parlo invece dell'inchiesta, non è il momento». Ma la frase "non sono un corrotto" dice tutto. Il geometra si è sempre proclamato innocente.
Di buon'ora sono arrivati i carabinieri. Cosa ha pensato quando ha visto le divise alla porta di casa?
«Sono rimasto sorpreso. Avendo la coscienza a posto non ho avuto neppure il tempo di immaginare qualcosa. L'ufficiale che guidava il gruppo dei 12-14 militari mi ha spiegato che doveva essere eseguita una perquisizione. Ho risposto "prego, accomodatevi pure". I carabinieri sono stati estremamente corretti e rispettosi. A un tratto lo stesso ufficiale mi ha comunicato di dover eseguire l'ordinanza di custodia cautelare. Sul momento non ho neppure capito cosa mi stava per accadere. "Che significa? Dove andiamo?" ho chiesto. Mi ha risposto che mi avrebbero portato in carcere. Sono rimasto fulminato. Come un automobilista che sbatte contro un palo, esce incolume, ma resta stordito. Ecco, sì: ero stordito. Mi hanno detto di preparare una valigia con i miei effetti personali. Ma ho dimenticato tanti indumenti utili».
Tipo?
«Per esempio non avevo preso né asciugamani né l'accappatoio. Me li hanno prestati i miei compagni di cella».
Chi erano?
«Un senegalese dentro per spaccio e un algerino che doveva scontare 8 mesi per danneggiamento. Due ragazzi eccezionali. Mi chiamavano "lo zio". Mi hanno dato sostegno morale e mi hanno aiutato a sbrigare le cose pratiche. Cucinavano, erano molto gentili, mi hanno accettato subito».
Ce l'ha fatta a mangiare?
«Ma come si fa quando si vive in tre in una cella di 3 metri e 50 per due, con i servizi igienici dentro la cucina, con i muri sporchi di sangue e con i segni di sputi? E poi, sinceramente, i pensieri sono altri».
Come passava il tempo?
«Sdraiato sulla branda a pensare. A rimuginare. A cercare di capire. Ma era impossibile darsi e trovare una spiegazione. Una situazione kafkiana. Ventiquattro ore al giorno rinchiusi in pochi metri è terribile, è un'esperienza allucinante. Quando riuscivo a leggere dell'inchiesta sui giornali mi sentivo impotente, mi rendevo conto di non poter reagire. Di non poter dimostrare la mia estraneità».
Cosa le è mancato di più?
Chiari si commuove, gli occhi si velano di lacrime: «La mia famiglia. I miei cari. Mia moglie Patrizia. Poter parlare con lei, poterle dire che sono innocente. Il desiderio - fortissimo - era di poter condurre una vita normale. Invece dovevo stare in cella. Non avevo alternative. Oltretutto il regolamento prevede che si possano incontrare i familiari per un totale di sei ore al mese. I giorni previsti sono lunedì, mercoledì e sabato. Patrizia aveva già finito il bonus».
Di conseguenza, era già un respiro di sollievo poter parlare con il suo difensore?
«Certo. Quando l'avvocato Di Bugno si presentava in carcere provavo la sensazione di sentirmi ancora vivo».
Si aspettava di essere rimesso in libertà?
«No, non ci credevo. Lo avevo detto anche al mio avvocato. Avevo capito di essere il capro espiatorio e sinceramente pensavo di passare tutta l'estate in galera».
Che cosa le ha insegnato la detenzione in San Giorgio?
«Molto. Intanto che esiste la solidarietà disinteressata e che c'è tanta disperazione. Quando stavo per uscire, in tanti mi hanno chiesto di dar loro una mano. Chi mi ha lasciato il telefono della madre che vive in Marocco e che non sente da un anno, chi mi ha chiesto di parlare con il proprio avvocato. E tutti quanti mi hanno fatto una raccomandazione: "Non ci dimenticare". E sarà così. Poi ho capito che esiste un mondo parallelo, quello che noi riteniamo un buco nero: il carcere. Dove l'essere umano viene annientato. Perché non conta più nulla. Per fare la doccia ci sono orari fissi, e questo è anche normale. Ma non è normale che i servizi igienici siano carenti. Io ero nella sezione 1: per 55 detenuti esistono 4 docce. Devo aggiungere che merita un grande ringraziamento il personale della polizia penitenziaria, che svolge un compito sconosciuto ai più ma estramemente prezioso. Come me gli agenti sono stati gentili e disponibili. Sono guardie, ma anche psicologi. Hanno a che fare con persone di razze diverse, di religioni differenti: è un lavoro difficile. In carcere ci sono delinquenti, ovvio, ma anche persone finite nei guai per errori anche banali».
Chi si è fatto vivo con lei? E chi le ha voltato le spalle?
«Non ne voglio parlare. Tra l'altro i miei cellulari sono ancora sequestrati e le telefonate arrivano a mia moglie».
Sono le tre e mezzo di un pomeriggio afoso e Marco Chiari da un'ora è rientrato nella sua villetta di San Concordio. È a torso nudo, ha ancora indosso i calzoni che indossava al momento di essere scarcerato dal San Giorgio. «Ora il mio sogno - dice al telefono al suo difensore Carlo Di Bugno - è di farmi una doccia di due ore».
Per provare a smorzare la tensione e ricominciare a sentirsi una persona in grado di fare quel che vuole. Per 15 giorni il superassessore della giunta Favilla è rimasto chiuso in carcere e adesso racconta quei giorni, iniziando dal momento dell'arresto. «Non parlo invece dell'inchiesta, non è il momento». Ma la frase "non sono un corrotto" dice tutto. Il geometra si è sempre proclamato innocente.
Di buon'ora sono arrivati i carabinieri. Cosa ha pensato quando ha visto le divise alla porta di casa?
«Sono rimasto sorpreso. Avendo la coscienza a posto non ho avuto neppure il tempo di immaginare qualcosa. L'ufficiale che guidava il gruppo dei 12-14 militari mi ha spiegato che doveva essere eseguita una perquisizione. Ho risposto "prego, accomodatevi pure". I carabinieri sono stati estremamente corretti e rispettosi. A un tratto lo stesso ufficiale mi ha comunicato di dover eseguire l'ordinanza di custodia cautelare. Sul momento non ho neppure capito cosa mi stava per accadere. "Che significa? Dove andiamo?" ho chiesto. Mi ha risposto che mi avrebbero portato in carcere. Sono rimasto fulminato. Come un automobilista che sbatte contro un palo, esce incolume, ma resta stordito. Ecco, sì: ero stordito. Mi hanno detto di preparare una valigia con i miei effetti personali. Ma ho dimenticato tanti indumenti utili».
Tipo?
«Per esempio non avevo preso né asciugamani né l'accappatoio. Me li hanno prestati i miei compagni di cella».
Chi erano?
«Un senegalese dentro per spaccio e un algerino che doveva scontare 8 mesi per danneggiamento. Due ragazzi eccezionali. Mi chiamavano "lo zio". Mi hanno dato sostegno morale e mi hanno aiutato a sbrigare le cose pratiche. Cucinavano, erano molto gentili, mi hanno accettato subito».
Ce l'ha fatta a mangiare?
«Ma come si fa quando si vive in tre in una cella di 3 metri e 50 per due, con i servizi igienici dentro la cucina, con i muri sporchi di sangue e con i segni di sputi? E poi, sinceramente, i pensieri sono altri».
Come passava il tempo?
«Sdraiato sulla branda a pensare. A rimuginare. A cercare di capire. Ma era impossibile darsi e trovare una spiegazione. Una situazione kafkiana. Ventiquattro ore al giorno rinchiusi in pochi metri è terribile, è un'esperienza allucinante. Quando riuscivo a leggere dell'inchiesta sui giornali mi sentivo impotente, mi rendevo conto di non poter reagire. Di non poter dimostrare la mia estraneità».
Cosa le è mancato di più?
Chiari si commuove, gli occhi si velano di lacrime: «La mia famiglia. I miei cari. Mia moglie Patrizia. Poter parlare con lei, poterle dire che sono innocente. Il desiderio - fortissimo - era di poter condurre una vita normale. Invece dovevo stare in cella. Non avevo alternative. Oltretutto il regolamento prevede che si possano incontrare i familiari per un totale di sei ore al mese. I giorni previsti sono lunedì, mercoledì e sabato. Patrizia aveva già finito il bonus».
Di conseguenza, era già un respiro di sollievo poter parlare con il suo difensore?
«Certo. Quando l'avvocato Di Bugno si presentava in carcere provavo la sensazione di sentirmi ancora vivo».
Si aspettava di essere rimesso in libertà?
«No, non ci credevo. Lo avevo detto anche al mio avvocato. Avevo capito di essere il capro espiatorio e sinceramente pensavo di passare tutta l'estate in galera».
Che cosa le ha insegnato la detenzione in San Giorgio?
«Molto. Intanto che esiste la solidarietà disinteressata e che c'è tanta disperazione. Quando stavo per uscire, in tanti mi hanno chiesto di dar loro una mano. Chi mi ha lasciato il telefono della madre che vive in Marocco e che non sente da un anno, chi mi ha chiesto di parlare con il proprio avvocato. E tutti quanti mi hanno fatto una raccomandazione: "Non ci dimenticare". E sarà così. Poi ho capito che esiste un mondo parallelo, quello che noi riteniamo un buco nero: il carcere. Dove l'essere umano viene annientato. Perché non conta più nulla. Per fare la doccia ci sono orari fissi, e questo è anche normale. Ma non è normale che i servizi igienici siano carenti. Io ero nella sezione 1: per 55 detenuti esistono 4 docce. Devo aggiungere che merita un grande ringraziamento il personale della polizia penitenziaria, che svolge un compito sconosciuto ai più ma estramemente prezioso. Come me gli agenti sono stati gentili e disponibili. Sono guardie, ma anche psicologi. Hanno a che fare con persone di razze diverse, di religioni differenti: è un lavoro difficile. In carcere ci sono delinquenti, ovvio, ma anche persone finite nei guai per errori anche banali».
Chi si è fatto vivo con lei? E chi le ha voltato le spalle?
«Non ne voglio parlare. Tra l'altro i miei cellulari sono ancora sequestrati e le telefonate arrivano a mia moglie».
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