Il Tirreno

Lucca

DALLA PRIMA

Urbanistica di mercato e tredici anni di guasti

Marco Innocenti

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Il piano, che puntava tutto sul riuso e salvaguardava il verde, fu subito cancellato e durante i due mandati di Pietro Fazzi e in quello attuale di Mauro Favilla la politica del territorio è completamente cambiata.  Di fatto il regolamento urbanistico e le successive varianti hanno lasciato ampia possibilità di edificare dappertutto, consentendo le più svariate destinazioni d'uso per terreni e fabbricati dismessi o fatiscenti.  Il risultato è stata la corsa alla cementificazione che in pochi anni ha cancellato quasi tutto il verde tra le Mura e le colline, portando a sforare anche i già larghi limiti concessi dalle norme.  Anche per questo, e non solo per trovare forme redditizie di investimento dopo il crollo delle borse, nel business del cemento si sono gettati pure industriali trasformatisi dall'oggi al domani in immobiliaristi.  E, soprattutto per questo, sono arrivati tanti gruppi immobiliari da fuori. Valore, certo, ma non solo.  Nelle cento aree industriali dismesse a due passi dalle Mura si poteva, e si può, realizzare ogni tipo di intervento, con rare eccezioni e qualche prescrizione. Lungo le strade della periferia si è permesso di costruire ovunque; si sono visti anche caseggiati a forma di triangolo, con lo spigolo all'intersezione tra due vie.  Ma non bastava: gli appetiti dei potenti gruppi esigevano varianti ad hoc per grandi operazioni che nemmeno il regolamento urbanistico (legato alle previsioni del piano strutturale) poteva concedere.  Di qui le pressioni sull'amministrazione e la ricerca di sostegno negli ambienti politici.  Non è stata una priorità dare risposte agli artigiani e agli industriali che chiedevano aree attrezzate per sviluppare aziende e imprese; non è stato un punto di partenza lasciare corridoi liberi per l'attesa realizzazione della grande viabilità esterna e di collegamento; non si è scelto di pensare a favorire la realizzazione di nuove scuole, impianti sportivi (una vera piscina, ad esempio), teatri, palestre, biblioteche, centri per la socializzazione. Né si è operato perché davvero il riuso (sollecitato a gran voce anche dal presidente dei costruttori, Stefano Varia) diventasse la via maestra per recuperare e tutelare il territorio da ulteriori colate di cemento.  Tardivamente, ci si sta pensando oggi, almeno come dichiarazione di intenti.  Per oltre dieci anni è sembrato però che l'amministrazione fosse debole con i forti e forte con i deboli. Era un problema fare una stanza in più o spostare una finestra, ma si vedevano procedure e permessi a tempo di record per la trasformazione in condimini e centri commerciali di fabbriche chiuse e fatiscenti o ville storiche abbattute in una notte. Realtà puntualmente e pressochè quotidianamente riferite dal Tirreno, superando non poche difficoltà nell'accesso a notizie e pratiche che nel palazzo si sarebbe preferito tenere riservate.  Il risultato di oltre dieci anni di questa politica è sotto gli occhi di tutti: gran parte del verde scomparso; quartieri-dormitorio senza anima, congestionati dalla carenza di strade e parcheggi; una grande quantità di appartamenti invenduti. E - soprattutto - l'identità della città e del territorio, carta vicente per attirare il necessario turismo di qualità, messa seriamente a repentaglio.  Sotto accusa non ci sono solo gli indagati di oggi, ma l'intera classe politica degli ultimi tredici anni, con l'eccezione dei pochi che hanno provato a denunciare i rischi che si stavano correndo. Senza peraltro trovare quell'ascolto che, forse, poteva prevenire l'intervento della magistratura.

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