Il Tirreno

Lucca

Sette mesi in prigione da innocente

Luca Tronchetti
Una foto di Silvano Ranucci assolto dalla rapina a S. Anna
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Una foto di Silvano Ranucci assolto dalla rapina a S. Anna

Era accusato della rapina a una banca di S. Anna: scagionato dal Dna e da una testimone

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 LUCCA. Duecentosette giorni in carcere da innocente. Accusato di una rapina in banca da 400 euro che l'esame del Dna su reperti biologici compatibili, i riscontri fotografici e una testimone smontano al punto che lo stesso pubblico ministero chiede l'assoluzione dell'imputato. Lui, Silvano Ranucci, 47 anni, pittore per hobby, residente in via Puccini a S. Anna, precedenti per rapina, non c'entra nulla con il colpo avvenuto il 12 novembre 2010 all'agenzia di S. Anna della Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia. Quando il presidente del collegio giudicante Carlo Annarumma legge il dispositivo della sentenza, Ranucci scoppia in un pianto liberatorio abbracciando la moglie e l'avvocato Giorgio Nicoletti che ha sempre creduto alla sua innocenza. Durante i quasi sette mesi di carcerazione preventiva nel penitenziario di S. Giorgio il rapinatore-pittore voleva farla finita. Prima cercando il suicidio tramite impiccagione, poi mettendo in atto un sciopero della fame per dimostrare, attraverso il processo, la sua estraneità ai fatti. E il giudizio immediato chiesto dalla procura facilita l'accertamento della verità.  LE PROVE  Quel 12 novembre 2010 un bandito armato di taglierino e finta bomba a mano entra nello sportello bancario e minaccia l'unica impiegata di far saltare l'edificio se non gli consegna i soldi. Alla fine però il malvivente se ne va con 400 euro non prima di essersi tolto il casco integrale che indossava al momento di entrare nell'istituto di credito e che lascia nella stanza. A poche centinaia di metri dalla banca abita Silvano Ranucci, finito ai domiciliari dopo essere stato arrestato alcuni mesi prima dalla polizia per una serie di rapine a mano armata. Le indagini si orientano subito su di lui. E le immagini della telecamera esterna mostrano un volto che gli somiglia tremendamente. I carabinieri piombano nella sua abitazione e lo arrestano. Prima viene mostrato da uno spioncino all'impiegata che li per lì lo riconosce. È recidivo e per lui si spalancano le porte del carcere. Ma sin dal momento dell'arresto nega tutto con forza anche se le circostanze lo condannano. Il suo legale, Giorgio Nicoletti, si convince che il suo assistito dice la verità. E cominciano le indagini difensive.  INDAGINI DIFENSIVE  Non è un «pivello» Ranucci. Conosce le regole del crimine e non invocherebbe mai l'errore giudiziario se fosse stato lui quel giorno a commettere la rapina. Ma evidentemente c'è in giro un sosia e lui non vuol pagare per altri. L'avvocato al termine dell'udienza ringrazia il collegio (Annarumma, Di Grazia, Nerucci): «Hanno accolto le mie richieste senza ostacolarmi. Non sempre è così. Ad evitare una condanna ingiusta sono state la comparazione del Dna sui reperti biologici (capelli, pelle) trovati all'interno del casco lasciato dal rapinatore con quelli dell'imputato e la perizia sulla ripresa della telecamera esterna alla banca. Sia caso i due reparti sono incompatibili nel secondo il Cd delle immagini della fotocamera evidenzia come il bandito e Ranucci non siano la stessa persona. È vero, c'è una certa somiglianza. Ma quando si vanno ad ingrandire le sequenze si nota evidenti differenze tra le sporgenze degli zigomi, il profilo del dorso del naso, il labbro superiore e parte del mento».  Oltre alle perizie fondamentale anche l'apporto di una testimone. Una donna che lavora alla Caritas e che quel giorno in auto accompagnò Silvano Ranucci a prendere la figlia all'asilo perchè la moglie e il figlio maggiore erano ricoverati in ospedale. «Ha dichiarato ai giudici che caricò in macchina l'imputato poco prima delle 16 e alle 16,30 lui tornò a casa con la bambina. Come poteva esser lì se il colpo, stando al sistema di videoregistrazione della banca, venne messo a segno tra le 16,02 e le 16.05?».

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