Il Tirreno

Lucca

Vino e panini anche nei negozi di vicinato

Alessandro Petrini
Turisti mangiano sui gradini di una chiesa (Vip)
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Turisti mangiano sui gradini di una chiesa (Vip)

Cinquanta commercianti chiedono al sindaco di poter somministrare bevande e cibi

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 LUCCA. Servire una buona bottiglia di vino in bicchieri di vetro, una birra trappista in un boccale o un panino da portare via. Sono queste le richieste degli esercizi di vicinato che hanno inviato al sindaco Mauro Favilla una lettera per chiedere modifiche al regolamento comunale sul commercio, approvato, nel testo attuale, a gennaio del 2008.  Il regolamento del commercio serviva anche per disciplinare l'apertura di botteghe di alimentari che finivano poi per trasformarsi in piccoli ristoranti. L'obiettivo di partenza era evitare la concorrenza sleale a bar e ristoranti che, per dare da mangiare, devono sottostare a regole igienico-sanitarie molto rigide e dimostrare di possedere una serie di requisiti, senza i quali non è possibile il rilascio della licenza di pubblico esercizio.  La formula utilizzata, però, secondo la cinquantina di esercenti che richiede la modifica del regolamento del commercio, violerebbe le leggi sulla libera concorrenza. Non a caso, gli imprenditori scrivono a Favilla: «Per quanto riguarda la probabile concorrenza verso i pubblici esercizi, vorremmo dire che l'impianto normativo comunale (leggi: il regolamento del commercioo, ndr) è altamente protettivo nei confronti dei colleghi della ristorazione, al punto da inserire un articolo per limitare le nostre attività».  I negozi di vicinato, dunque, avviano una sorta di crociata in favore di una maggiore liberalizzazione del settore in modo da allargare la cerchia di coloro che possono beneficiare dell'aumento progressivo della presenza dei turisti in città, a maggior ragione in un periodo di crisi.  Per gli esercenti, in buona parte compresi tra i 30 e i 40 anni, la modifica del regolamento sarebbe un atto dovuto da parte del Comune per non entrare in contrasto con il decreto Bersani che ha introdotto regole di tutela della concorrenza nel settore del commercio e della somministrazione adeguandosi all'ordinamento comunitario sulla libera circolazione delle merci e dei servizi.  Infatti, le norme comunitarie - fanno presente i commercianti - prevedono che l'attività di somministrazione di alimenti e bevande sia svolta senza che si debba ottenere l'autorizzazione preventiva «per il consumo immediato dei prodotti di gastronomia presso l'esercizio di vicinato, utilizzando i locali e gli arredi dell'azienda con l'esclusione del servizio assistito di somministrazione e con l'osservanza delle prescrizioni igienico-sanitarie».  In parole povere si chiede di poter iniziare a servire prodotti da consumare subito ai clienti senza prevedere alcun tipo di cameriere o di servizio al tavolo, mantenendo quindi una netta distinzione rispetto ai ristoranti.  «La richiesta da noi avanzata - chiariscono gli esercenti - non intende legittimare chi elude la legge, né tantomeno regolarizzare casi particolari, in quanto ricalca i principi generali e specifici delle normative nazionale e regionale, pertanto è da ritenersi legittima e opportuna e ci auguriamo che a breve il regolamento sia modificato».  A supporto di queste tesi i commercianti portano anche le ultime decisioni della giurisprudenza con la sentenza del Consiglio di Stato che ha respinto il ricorso presentato dal Comune di Milano e dalla Regione Lombardia per la riforma della sentenza del Tar che aveva annullato un diniego all'apertura di un nuovo bar sulla base della liberalizzazione avviata con il decreto Bersani.

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