Sicurezza
«Mi aveva stregato con una fattura»
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La conferenza stampa in Questura e le indagini a Piazza di Brancoli L'omicida cerca di giustificarsi: «Mi parlava di altri uomini, ero accecato dalla gelosia»
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LUCCA. Una forza esoterica capace di legarlo a lei anche contro la sua volontà. Una fattura, un legamento d'amore frutto di magia, impossibile da spezzare se non con un gesto estremo e senza ritorno: l'omicidio. Igor Paolinelli, 40 anni il 29 aprile, nei quarantacinque minuti d'interrogatorio in questura davanti al sostituto procuratore Elena Leone, con un'apparente calma olimpica ha confessato. Ha ammesso di aver ammazzato con sei colpi di pistola la donna che l'aveva stregato e con cui usciva da poco più di un anno: Laura Emanuela Giannarini, 44 anni, aiutante di una pittrice inglese. «Volevo lasciarla, ma non ci riuscivo: mi aveva fatto una legatura d'amore e non potevo staccarmi da lei, anche se avrei voluto farlo» ha detto l'omicida al magistrato e alla polizia durante l'interrogatorio in presenza del suo avvocato, Filippo Tacchi. Un modo per giustificare il suo folle gesto. Più che un racconto una sorta di liberazione per l'assassino, ora rinchiuso nel carcere di San Giorgio in attesa dell'udienza di convalida di domani mattina davanti al gup Marcella Spada Ricci. Paolinelli poteva avvalersi anche della facoltà di non rispondere, come prevede il codice di procedura penale. Ma non l'ha fatto. Senza lacrime, senza apparente emozione, senza isterismi di sorta, al termine della stesura del verbale d'interrogatorio si è detto «fortemente pentito per aver fatto del male a una persona cara». L'omicida ha descritto agli inquirenti per filo e per segno la giornata di domenica. Un primo incontro con la vittima in Brancoleria, nel pomeriggio; il litigio per i soliti motivi legati al carattere libero e indipendente della donna più grande di lui di 5 anni, con cui aveva intrecciato una relazione da poco più di un anno. «Mi raccontava le sue storie con altri uomini come a prendermi in giro - ha detto l'ex dipendente del pastificio Mennucci, che attualmente dava una mano in famiglia nella compravendita di case e appartamenti -. Ero geloso, non sopportavo che potesse essere di altri uomini». Tornato a casa il desiderio di rivederla, che lui riteneva frutto di una magia d'amore, era sempre più forte della volontà di troncare. Ma domenica sera è scattata la molla dell'ira e dell'odio e Paolinelli ha deciso di chiudere la storia nel modo più barbaro e atroce. Dall'armadio ha preso una delle sue quattro pistole - una Smith & Wesson special calibro 38 a tamburo - l'ha caricata ed è uscito con un preciso intento: ucciderla. Non erano ancora le 21 quando ha telefonato ad Elena e le ha chiesto di uscire per parlare. L'appuntamento, come al solito, a 100 metri dalla chiesa di Piazza di Brancoli. Lei con una scusa si è congedata dalla madre e ha percorso duecento metri a piedi: il tratto che intercorre tra la sua casa colonica e il luogo dell'incontro. «È salita in macchina - ha raccontato l'omicida agli inquirenti - e lì abbiamo litigato di nuovo. Ho fatto manovra per andarmene, lei è scesa dall'abitacolo. A quel punto ho impugnato la pistola e sono sceso dall'auto...». Si sono trovati di fronte l'uno all'altro e Paolinelli ha scaricato il suo revolver. Forse, se avesse avuto a disposizione ancora un colpo, lo avrebbe riservato per sè. Erano le 21,10 quando, nel tornare a S. Gemignano di Brancoli, con il cellulare ha avvertito il 113. «Sto andando a casa ho ucciso la mia fidanzata, venetimi a prendere», sono state le ultime parole prima dell'arrivo della volante e della confessione. Luca Tronchetti
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