Proteste
Salta il festival dedicato alla video-installazione, unico nel suo genere
Niente soldi per Lookat
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Gli ambienti della Manifattura, che in passato ha ospitato Lookat festival, e, a destra una immagine di Fabio Bertini Gli organizzatori: «Dovremo farlo in un'altra città»
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LUCCA. Enti senza fondi, salta anche il Lookat festival, una delle poche rassegne in Italia dedicata alla video-installazione, forma fra le più avanzate dell'arte contemporanea. Creata nel 2007 da cinque ragazzi lucchesi - diplomati all'Accademia di belle arti di Carrara ed esperti nel campo dell'allestimento delle mostre - il festival che quest'anno sarebbe stato alla quinta edizione, è stato cancellato. Il Comune non ha i soldi per sostenerlo (6mila euro); la Fondazione Ragghianti, ugualmente, si trova in difficoltà e ha proposto la trasformazione del festival in un appuntamento biennale; i 2.500 euro messi a disposizione dalla Provincia non sarebbero, comunque, bastati a finanziare la nuova edizione. «Questo evento - spiega Fabio Bertini, uno degli organizzatori - è uno dei pochi appuntamenti del genere in Italia, probabilmente l'unico del genere. È stato considerato da tutti un valore aggiunto per la Toscana e non solo, eppure non si riesce a trovare un sostenitore». Nemmeno considerando che il festival è un ponte fra l'arte contemporanea nazionale e quella internazionale, come dimostra l'edizione in partnership con la Spagna. «Il festival - spiega Bertini - costerebbe, a cose normali, da 70 a 80mila euro. Invece a Lucca, la spesa era decisamente inferiore per due motivi: intanto tutti gli artisti hanno sempre esposto gratuitamente; inoltre, noi organizzatori ci siamo sempre tassati per garantire la buona riuscita. Molti di noi hanno rimesso di tasca propria diverse migliaia di euro. Anche perchè, a differenza di altre iniziative che godono di contributi pubblici sostanziosi, la nostra è a ingresso gratuito. «La manifestazione con poco può sopravvivere, ma con nulla muore. I primi due anni, il Comune ci ha dato gratuitamente la Manifattura per le installazioni. Poi nel 2009 ci ha anche garantito un contributo di 6mila euro che nel 2010 ci è stato tolto. Ufficialmente perché erano stati ridotti i fondi alla cultura, ma credo che in questa decisione abbia influito anche la scelta di mostrare una videoinstallazione su Pier Giorgio Welby». Nel 2010, infatti, il Comune ha cancellato il contributo e anche negato l'utilizzo della Manifattura «perché non più agibile e perché, comunque, la struttura doveva restare a disposizione in vista della realizzazione degli interventi previsti dal Piuss». «Per noi - ammette Bertini - questo è stato un duro colpo perché fino a quando siamo rimasti alla Manifattura abbiamo abbinato alle video-installazioni anche un festival di musica elettronica. I due eventi, insieme, hanno fatto registrare fino a 8000 presenze in poco meno di un mese di festival». L'anno scorso, però, le presenze si sono dimezzate: 4mila persone in 15 giorni, convogliate alla Fondazione Ragghianti «che ha accettato di ospitarci, oltre a sostenerci con la pubblicazione del catalogo, come faceva del 2008. Purtroppo, però - aggiunge Bertini - quest'anno anche la Fondazione Ragghianti è un po' più in difficoltà e, pur volendo continuare ad aiutarci, ci ha proposto di trasformare il festival in un evento biennale, riprendendo l'appuntamento nel 2012». Altra soluzione al momento non sembra esistere anche perché l'unico contributo rimasto - quello della Provincia, 2.500 euro concessi dal 2009 - «non basta per coprire le spese vive di organizzazione. Perché gli enti pubblici sostengono iniziative con ingresso a pagamento e non chi, come noi, prova a fare arte in modo gratuito? Oltretutto, se sono vere le dichiarazioni, chi organizza eventi a pagamento sostiene di avere migliaia di ingressi: migliaia di presenze significa anche un bel po' di soldi, quindi certe manifestazioni potrebbero anche mantenersi da sè». Così, però, non è. Tanto che i contributi vanno sempre agli stessi «e quindi - conclude Bertini - l'alternativa che stiamo prendendo in considerazione è di spostare il festival in un'altra città».
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