Trasporti
Per lantropologo Mallegni è necessario il restauro immediato degli scheletrini del Frizzone
«I corpicini stanno rischiando la seconda morte»
A.B.
2 MINUTI DI LETTURA
LUCCA. Ancora polemiche sui "corpicini" del Frizzone, i reperti di grande valore rinvenuti dal team del professor Michelangelo Zecchini e ora stoccati all'Istituto Cavanis di Porcari, in attesa di restauro. Stupefatto e costernato dalle dichiarazioni di Giulio Ciampoltrini, così si definisce il professor Francesco Mallegni, ordinario di antropologia all'università di Pisa, dopo aver letto le dichiarazioni dell'archeologo della Soprintendenza, che avrebbe affermato: «Sono dell'idea che i corpi, anche se di età passate, dovrebbero rimanere sottoterra e non esposti, a meno che non ci sia una notevole rilevanza antropologica», riferendosi ovviamente ai "corpicini" dei due neonati rinvenuti al Frizzone. «Spero che Ciampoltrini possa capire che tutti i reperti umani antichi sono degni di attenzione perché, come archivi biologici, raccontano la storia di una vita e molti scheletri raccontano la storia di una popolazione. Spero vivamente di aver male interpretato le dichiarazioni pubbliche di Ciampoltrini, perché con un simile modo di pensare e di procedere ci sarebbe da ridisegnare l'intera metodologia della ricerca antropologica - dice Mallegni -. Se persiste una mentalità del genere, i poveri scheletrini del Frizzone andranno incontro ad una seconda morte. La loro immaturità ossea avrebbe consigliato un restauro repentino, dato anche l'ottimo e meticoloso scavo che ne aveva fatto il professor Michelangelo Zecchini, e non l'abbandono in un deposito esposto alle variazioni climatiche più deleterie. Se mi sono offerto di prendermene cura, subito e gratis, non è certo per interesse personale, ma perché quei corpicini devono essere salvati. Non è un problema di soldi e di tecniche: i primi non occorrono, le seconde credo che siano acclarate. «Se Cimapoltrini avesse qualche dubbio sulle mie qualità scientifiche e professionali, può controllare il mio curriculum. «La legge stabilisce che "i reperti umani sono a tutti gli effetti, anche giuridici, beni culturali" - conclude Mallegni - l'archeologia non è fatta di soli cocci. Tutti noi abbiamo il dovere civico, scientifico, intellettuale e morale di preservare anche il patrimonio antropologico per le future generazioni, ma con i fatti, non solo con le dichiarazioni d'intento».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google