Il Tirreno

Lucca

Salvati dalla coperta termica

Nelle foto accanto di coniugi in altre escursioni in montagna e una squadra del Soccorso alpino in azione
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Nelle foto accanto di coniugi in altre escursioni in montagna e una squadra del Soccorso alpino in azione

«Eravamo attrezzati di tutto punto, è stata la nostra fortuna»

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LUCCA. «Vi disturbiamo? Ripassiamo più tardi?». Con questa battuta i soccorritori hanno alzato il telo termico che ospitava Martino Bormida, 51 anni, e Carla Lenzi, 45 anni, i due escursionisti di Castelnuovo che avevano perso la strada del ritorno sul Monte Cella. Per fortuna, è stata un'avventura a lieto fine: marito e moglie hanno potuto raggiungere la loro abitazione a Santa Maria verso le 12.  Torneremo sul monte Cella, ma in estate, per capire dove siamo finiti», dicono i coniugi, trovati nella buca che si erano scavati a 1700 metri di quota. Possono distendersi e sorridere, Martino e Carla, dopo una notte davvero da incubo. Dipendente in Comunità Montana Garfagnana lei, operaio della Cooperativa Cipeco di Gallicano lui, con un figlio, Alex, di quasi 20 anni, ricevono in continuazione telefonate e visite dei conoscenti che si vogliono sincerare delle loro condizioni.

Ma dopo una doccia calda, l'umore è buono, la disavventura alle spalle: «Una brutta esperienza, che adesso possiamo ricordare con il sorriso - dicono - ci rimane, oltre al ricordo del freddo e della paura, anche una piccola soddisfazione perché abbiamo avuto dimostrazione di essere pronti, preparati e attrezzati nella maniera giusta».  «Io sono nato per la montagna - dice Martino - mentre mia moglie l'ho convinta piano piano, ma oggi anche lei non potrebbe farne a meno».  Carla è anche la segretaria amministratrice del Soccorso Alpino Toscano: «Li conosco bene anche se per fortuna non li avevo mai visti all'opera - spiega - so che sono persone preparate sia dal punto di vista tecnico sia per dare sostegno psicologico. Li ringraziamo uno per uno, così come i gestori dell'albergo Il Casone che hanno dato una mano alle squadre. Mettono a repentaglio la loro vita in condizioni proibitive: può sembrare che li elogio perché mi hanno salvato, ma questo pensiero credo sia comune a tutti, specie a chi, come noi due, ogni week-end si trova in montagna». 

La domenica passata non faceva eccezione: «Siamo arrivati al Casone in mattinata - racconta la coppia - l'obiettivo era una ciaspolata (le racchette da neve si chiamano ciaspole, ndr) verso il monte Cella (1956 metri). C'era vento e siamo tornati indietro verso le 12,30 con visibilità ancora buona. Ma quando ci siamo abbassati il vento alzava la neve e la nebbia è scesa improvvisa. Alle 13 abbiamo dato l'allarme con il cellulare, al 118 e anche al 112. Gli uomini del Soccorso Alpino di Lucca ci hanno dato i primi consigli. Pensavamo di essere vicini al rifugio Cella, non avevamo compreso di essere su tutt'altro versante. Alle 16, col buio ci siamo fermati e abbiamo iniziato a scavare una buca per ripararci dal freddo.

Avevamo le ciaspole ed anche una piccozza. Dopo 3 ore eravamo riparati nella nostra tana, abbracciati e con il telo termico, ben protetti. Dentro questo igloo le ore passavano in contatto con i soccorritori che si rassicuravano sulle nostre condizioni e ci spiegavano le operazioni che stavano compiendo. Ci chiedevano la morfologia del terreno, quello che vedevamo: i faggi attorno a noi, più bassi rispetto a quelli del versante toscano, sono stati utili per la nostra localizzazione. Certo, il freddo aumentava ed anche la paura che non ci trovassero. Fuori dal nostro igloo avevamo posizionato un lampeggiante su una ciaspola ed è stato fondamentale per farci individuare. La temperatura? Sui meno 5 gradi, ma a noi sembrava anche più freddo».  Poi l'arrivo della squadra emiliana: «Sono stati gentilissimi - dice Carla - ci hanno accompagnato sino al rifugio Segheria e poi col gatto delle nevi a Civago dove ci hanno rifocillato con té e cioccolata. Non ci era mai capitato niente di simile. Se torneremo in montagna? Non potremmo fare altrimenti. Con la bella stagione torneremo anche sul monte Cella per capire dove eravamo finiti». Luca Dini

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