La manifestazione
Perso l'80% degli appalti
Il.Bo.
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Una veduta della città Sotto: Varia (Ance) Lucca è la provincia con il crollo più evidente
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LUCCA. È verticale il crollo degli appalti pubblici in Lucchesia. L'allarme di Stefano Varia, presidente di Ance Toscana (l'Associazione nazionale dei costruttori edili), si traduce in cifre senza precedenti nell'economia locale: fra 2009 e 2010, l'importo degli appalti pubblici (superiori a 500mila euro e affidati con gara) è calato dell'80%; il numero degli appalti è diminuito del 62,5%. Si tratta delle percentuali peggiori registrate in Toscana. Il raffronto fra il primo trimestre del 2009 e il primo trimestre del 2010 parlano chiaro: gli appalti da oltre 500mila euro, sono passati da 24 (per un importo di 20 milioni) a 9 (per un totale di 4 milioni). Una miseria, secondo Varia che appoggia la battaglia dei Comuni contro il patto di stabilità (le regole sugli equilibri di bilancio) che azzerano «la capacità di investire delle pubbliche amministrazioni e quindi impediscono il rilancio dell'edilizia». I segnali di ripresa del settore, dunque, non ci sono. Anzi, sempre i numeri - elaborati da Ance - ribadiscono che l'andamento del 2010 è peggiore del 2009 che già era stato un anno di crisi. Infatti, l'anno scorso l'importo complessivo degli appalti superiori ai 500mila euro si è fermato a 68 milioni, contro i 107 milioni dell'anno precedente: di fatto, un calo di oltre il 60% che giustifica anche la chiusura di un centinaio di imprese fra il maggio del 2008 e il marzo di quest'anno. Le ditte iscritte alla Cassa edile lucchese nella primavera del 2008, infatti, erano circa 1.200: quelle iscritte a marzo 2010 risultano 1096. In termini di addetti la situazione è ancora più critica: dai 4.805 iscritti alla Cassa edile nel maggio 2008, si è passati - con licenziamenti o cessazioni di imprese - a 4.237 del marzo 2010. I posti di lavoro persi in un paio di anni sono oltre 570. «Questi dati - osserva Varia - confermano che a chiudere o a ridurre il personale sono soprattutto le imprese medio-piccole, quelle con pochi addetti che non reggono alla situazione di grande crisi nel settore dell'edilizia privata e di mancanza di appalti nel settore pubblico. Il problema di fondo è che con il patto di stabilità gli enti locali non hanno più soldi da investire nelle opere pubbliche. Addirittura sono stati azzerati (o quasi) gli stanziamenti per l'ordinaria manutenzione e quelli per la manutenzione straordinaria non vengono neppure presi in considerazione. Un esempio su tutti: Anas nel 2010 non ha stanziato un euro per la manutenzione ordinaria delle strade». Secondo i dati Ance, poi - rincara Varia - ci sono anche «Comuni che a maggio hanno esaurito il plafond annuale da investire in appalti, con conseguenze drammatiche per le aziende. Così o si bloccano gli appalti, perché non ci sono soldi per bandire i concorsi, o si ritarda la consegna dei cantieri all'anno successivo a quello del bilancio in corso, in modo da poter sbloccare i finanziamenti per le opere pubbliche». In realtà - ammette Varia - si può verificare anche un altro caso: può succedere che un'impresa abbia già ottenuto l'appalto ed effettuato i lavori, ma non riesca a riscuotere perché i pagamenti sono bloccati a causa del patto di stabilità». Questo, di fatto - evidenzia Varia - trasforma «le imprese nei finanziatori delle pubbliche amministrazioni. Noi ci facciamo carico dei costi delle opere, senza sapere quando verremo pagati. Nonostante ciò, i Comuni non riconoscono alle imprese neppure gli interessi di ritardato pagamento perché diventerebbero debiti fuori bilancio. E noi rinunciamo ai contenziosi perché abbiamo bisogno di lavorare».
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