Proteste
«I lucchesi? Un popolo autoctono»
Rossella Lucchesi
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La conferenza stampa e una immagine della scoperta di una strada di epoca etruscaSorprendenti risultati da un accurato studio scientifico
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LUCCA. È possibile che nel 2010 i lucchesi non conoscano le loro origini? Se gli studi finora non hanno saputo dare una risposta precisa circa la nostra identità, dobbiamo considerarci figli di nessuno? Con questo interrogativo il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio Giovanni Cattani ha aperto una conferenza stampa con studiosi nella ricerca sulle origini umane.
Esistono grandi quantità di documenti e reperti dell'epoca romana ed etrusca, oggetto di pregevoli pubblicazioni (su tutte quelle dell'archeologo Michelangelo Zecchini e del prof. Paolo Mencacci), ma ora lo studio mira a inserire Lucca nel quadro storico del popolo italiano attraverso l'analisi delle mutazioni genetiche delle popolazioni che si sono succedute a partire dalla preistoria.
La nostra città costituisce un nucleo territoriale di grande interesse. «Inequivocabili documenti archeologici testimoniano che Lucca, la cui fondazione risale al 180 a.C., presenta una miscela etnica dovuta ad un vasto flusso di immigrazione che è possibile cogliere con efficacia attraverso i numerosi resti sepolcrali» dice Giulio Ciampoltrini, della Sovrintendenza ai beni archeologici, sostenendo che in essi è possibile individuare la chiave di lettura che ci consentirà di ricostruire le nostre radici. Un monitoraggio sullo studio dei cognomi ci ha permesso di ricostruire un quadro attendibile per poter affermare che Lucca fu una città coloniale che risentì dell'influenza dei popoli meridionali, degli scambi commerciali e dei pellegrinaggi sulla Francigena. Motivo che rende ancor più complesse le ricerche sulle nostre radici umane che negli ultimi tempi si sono orientate sul progetto unico del progetto di studio di microevoluzione di cui fa parte il dottor Alessandro Manfredini, giovane ricercatore lucchese che si occupa della ricerca sul Dna antico.
«Grazie alle tecnologie più sofisticate abbiamo potuto condurre le analisi sui reperti più antichi alla ricerca del loro Dna - sostiene -. È stato assai complicato, visto che spesso abbiamo lavorato su Dna degradato, suscettibile di contaminazioni, che ha contribuito a dilatare i già lunghi tempi di ricerca. Su un campione di 54 reperti scheletrici provenienti dal territorio lucchese e attribuiti a popoli vissuti tra il Neolitico (5000 anni fa) e il XVIII secolo, siamo riusciti a determinare i dati del Dna mitocondriale, ovvero quello presente nel citoplasma delle cellule trasmesse dai genitori». I risultati sono assai sorprendenti, continua Manfredini, poichè appare evidente «una certa discontinuità tra le popolazioni vissute nel territorio lucchese. Il che potrebbe significare che Lucca non ha contaminazioni genetiche ed i suoi abitanti sono discedenti di una popolazione autoctona». Il professor Francesco Mallegni, direttore dell'unità di ricerca dell'ateneo pisano, esperto dello stato conservativo del materiale biologico dei reperti, ha sostenuto infine che «solo proseguendo con le ricerche, si potranno chiarire le dinamiche che hanno portato al popolamento della Lucchesia e scrivere una pagina definitiva sulle caratteristiche genetiche».
Esistono grandi quantità di documenti e reperti dell'epoca romana ed etrusca, oggetto di pregevoli pubblicazioni (su tutte quelle dell'archeologo Michelangelo Zecchini e del prof. Paolo Mencacci), ma ora lo studio mira a inserire Lucca nel quadro storico del popolo italiano attraverso l'analisi delle mutazioni genetiche delle popolazioni che si sono succedute a partire dalla preistoria.
La nostra città costituisce un nucleo territoriale di grande interesse. «Inequivocabili documenti archeologici testimoniano che Lucca, la cui fondazione risale al 180 a.C., presenta una miscela etnica dovuta ad un vasto flusso di immigrazione che è possibile cogliere con efficacia attraverso i numerosi resti sepolcrali» dice Giulio Ciampoltrini, della Sovrintendenza ai beni archeologici, sostenendo che in essi è possibile individuare la chiave di lettura che ci consentirà di ricostruire le nostre radici. Un monitoraggio sullo studio dei cognomi ci ha permesso di ricostruire un quadro attendibile per poter affermare che Lucca fu una città coloniale che risentì dell'influenza dei popoli meridionali, degli scambi commerciali e dei pellegrinaggi sulla Francigena. Motivo che rende ancor più complesse le ricerche sulle nostre radici umane che negli ultimi tempi si sono orientate sul progetto unico del progetto di studio di microevoluzione di cui fa parte il dottor Alessandro Manfredini, giovane ricercatore lucchese che si occupa della ricerca sul Dna antico.
«Grazie alle tecnologie più sofisticate abbiamo potuto condurre le analisi sui reperti più antichi alla ricerca del loro Dna - sostiene -. È stato assai complicato, visto che spesso abbiamo lavorato su Dna degradato, suscettibile di contaminazioni, che ha contribuito a dilatare i già lunghi tempi di ricerca. Su un campione di 54 reperti scheletrici provenienti dal territorio lucchese e attribuiti a popoli vissuti tra il Neolitico (5000 anni fa) e il XVIII secolo, siamo riusciti a determinare i dati del Dna mitocondriale, ovvero quello presente nel citoplasma delle cellule trasmesse dai genitori». I risultati sono assai sorprendenti, continua Manfredini, poichè appare evidente «una certa discontinuità tra le popolazioni vissute nel territorio lucchese. Il che potrebbe significare che Lucca non ha contaminazioni genetiche ed i suoi abitanti sono discedenti di una popolazione autoctona». Il professor Francesco Mallegni, direttore dell'unità di ricerca dell'ateneo pisano, esperto dello stato conservativo del materiale biologico dei reperti, ha sostenuto infine che «solo proseguendo con le ricerche, si potranno chiarire le dinamiche che hanno portato al popolamento della Lucchesia e scrivere una pagina definitiva sulle caratteristiche genetiche».
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