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Successo a New York e studio a Lucca: ecco Filippo Brancoli
Paola Taddeucci
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Il fotografo Filippo Brancoli 4 MINUTI DI LETTURA
LUCCA. Una sua immagine è stata inserita tra le 25 migliori al mondo del decennio 2000-2010. Praticamente l'Oscar della fotografia. E pensare che a scattare ha cominciato per caso, anche se, probabilmente, sapeva che prima o poi ci sarebbe arrivato. Ora, a 32 anni, per Filippo Brancoli Pantera è il momento di tirare le somme. Di fermarsi, dopo l'esperienza folgorante di New York, dove ha spiccato il volo, trovato il successo e vive per sei mesi all'anno. È venuto il tempo di tornare a Lucca, la sua città, quella di suo padre, Marco, noto avvocato e più volte consigliere comunale oltreché presidente di diversi enti pubblici, e quella del nonno Giampiero, scomparso 5 anni fa, indimenticato e indimenticabile fotografo della guerra di Russia nonché titolare per mezzo secolo dell'agenzia Brancoli Pantera, che curava la distribuzione di giornali e riviste in tutta la provincia. Ora Filippo apre uno studio tutto suo. Due grandi stanze in corte del Gallo, in centro, dove lavorerà, esporrà, organizzerà corsi. Per dirlo all'americana: fine art gallery, workshop space e photographic studio. Lo inaugura oggi alle 18 con un pomeriggio di incontri e di mostre. Filippo racconterà, attraverso le foto, tutto il percorso che l'ha portato fin qui. Come ha cominciato? «Come giornalista, qualche pezzo durante l'università, così per fare esperienza in un settore abbastanza familiare, data l'attività del nonno. Mi chiedevano di integrare i servizi con le foto, che fino allora avevo fatto solo per divertimento. E ho iniziato, ma via via mi sono appassionato sempre di più. Sia al fotogiornalismo che alla fotografia teatrale. E una volta laureato (in storia dell'arte a Firenze, ndr), ho cominciato a seguire diversi corsi in Europa, anche in altri settori della fotografia. Ed è maturata l'idea di farne la mia professione». E l'esperienza a New York? «Ci sono andato con l'idea di stare due settimane, il tempo di frequentare un corso all'International centre of photography, una tra le migliori scuole al mondo. E sono rimasto folgorato. Tutto quello che avevo imparato fino a quel momento mi sembrò niente. Così ci sono rimasto, mi sono iscritto alla scuola vera e propria - un anno di studi superselettivi - e ho preso casa a Brooklyn, dove vivo tuttora per sei mesi all'anno. Durante l'anno di studio ho anche lavorato, sia da me, sia presso studi fotografici, sia come assistente nella stessa scuola. E ho ampliato il settore». Perché è tornato a Lucca? «Per mettere a frutto quello che ho imparato, per stare un po' tranquillo, produrre e gestire la mia vita con più calma. Là c'è competizione al massimo, bisogna combattere sempre e ogni tanto è necessario fermarsi». Che genere di fotografie sono le sue? «Mi sono specializzato in fotografia documentaristica e uso solo il colore. Le faccio un esempio: la foto inserita dall'International Photograph Award tra le migliori 25 del decennio è un ritratto dal titolo "As you are", in italiano "Così come sei". Per immagini come queste mi posiziono in strada e aspetto qualcuno che mi attrae. Non do indicazioni di posa né di altro genere. Sono come autoritratti del soggetto, ma fatti da me. È come loro si vedono e come vogliono essere visti e io funziono come da specchio». Usa la macchina digitale? «Solo per lavori urgentissimi. Altrimenti ho un banco ottico, che è esattamente come le primissime macchine fotografiche, ma costruita con le tecniche di oggi e permette quindi di avere una qualità incomparabile con quella del digitale». Quanto c'è in lei di suo nonno Giampiero? «Tanto, credo. Con lui, però, sembrerà strano, parlavo di tutto fuorché di fotografia. È morto senza potermi seguire negli sviluppi professionali, ma ha fatto in tempo a vedere che avevo scelto la fotografia come lavoro. È stato come un tacito passaggio di consegne. E c'è un episodio che mi ha svelato ancora di più il profondo legame con lui: diversi anni prima che lui e mia nonna morissero (nell'ottobre 2005, a distanza di cinque giorni l'uno dall'altra), gli feci una foto in ospedale, durante un controllo di routine. Al nonno la foto piaceva, l'attaccò in salotto, ma la sentiva cupa. Lui e la nonna sono morti esattamente dove io li avevo ritratti».
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