Il Tirreno

Lucca

La cassa integrazione dal parrucchiere

Barbara Antoni

La testimonianza: i capelli si fanno una volta al mese, non ogni settimana

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 LUCCA. «Il declino del lavoro negli ultimi tempi non è una novità», è come se cercasse di scusarsi Cintia Pereira, titolare del salone di parrucchiere Studio Immagine in via dello Stradone a Segromigno (Capannori), un esercizio di trenta metri quadrati aperto due anni con tre dipendenti più la proprietaria. Da alcune settimane, la titolare è stata costretta a ricorrere alla cassa integrazione in deroga (per le aziende sotto i quindici dipendenti, ammortizzatore reso possibile da un accordo fra Regione e sindacati) per uno dei suoi dipendenti. Il problema, come dice la signora Pereira, non è una novità: è la crisi generalizzata, la disoccupazione che è andata a insinuarsi in tante famiglie normali. Il risultato è anche che «le clienti che prima venivano ogni settimana a farsi i capelli ora vengono una volta al mese - continua la titolare di Studio Immagine -. Abbiamo una clientela mista, fatta di persone giovani e meno giovani. Da alcuni mesi abbiamo visto il lavoro diminuire». Non dice altro.  Ma il suo non è un caso isolato, tutt'altro. Ne sa qualcosa Umberto Franchi, che segue, per la Cgil, le piccole aziende. Nell'ultimo anno, racconta, «ho impugnato venti licenziamenti di dipendenti di piccole aziende, allontanati perché il lavoro manca. Fra queste imprese, gli esercizi di parrucchieri cominciano a essere numerosi. Sotto i quindici dipendenti non possiamo far valere l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori (reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa, ndr). Ma posso impugnare i licenziamenti, cercare di convincere i titolari a riassumere i dipendenti e a ricorrere alla cassa integrazione in deroga, ammortizzatore nato dall'accordo fra Regione e sindacati per salvare tanti lavoratori dal licenziamento».  Così come fra i parrucchieri - imprese per la maggioranza fino a quattro, cinque addetti - il ricorso alla cassa integrazione in deroga sta aumentando vistosamente, secondo quanto riporta Franchi, fra i carrozzieri. «Tanta gente - spiega il sindacalista - preferisce tenere la macchina ammaccata piuttosto che spendere soldi per portarla a riparare perché le entrate sono diminuite, perché la vita costa di più anche per chi il posto di lavoro l'ha conservato. I salari andrebbero incrementati, le tasse ridotte per vedere la ripresa».  Gli effetti della crisi sul lavoro sono molteplici, continua Franchi. «Ci sono piccole aziende che licenziano, chiudono e poi riaprono. E i vecchi dipendenti, se vogliono continuare a lavorare, devono accettare di essere configurati come collaboratori a progetto, con propria partita Iva, che si pagano i contributi da sé: falsi contratti a progetto».

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