Il dolore
Entra armata in tribunale
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Il palazzo di giustizia (Vip) Imputata va al processo con due lame lunghe 40 centimetri
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LUCCA. Si è presentata in tribunale, dove doveva essere processata, con due seghe di acciaio nascoste in una scatola di vini. Due lame lunghe una quarantina di centimetri. Il metal detector all'ingresso del palazzo di giustizia non aveva rilevato nulla e così la donna, anziana, residente nella Piana, è giunta davanti all'aula dove era attesa dal giudice monocrato per un dibattimento per danneggiamento. La donna ha lasciato la scatola appoggiata sulle sedie lungo il corridoio, ha pronunciato una frase sibillina ("A me non interessa") e si è fermata ad attendere il suo turno. Ma i suoi movimenti hanno insospettito i testimoni del processo, tra i quali un carabiniere che ci ha voluto vedere chiaro. E ha fatto la scoperta. Quelle lame seghettate erano un potenziale pericolo, anche perché l'imputata poteva essere pericolosa: il perito del pubblico ministero l'aveva infatti definita parzialmenmte incapace di intendere e di volere. Ma la donna è rimasta calma e tranquilla per tutto il tempo. Il suo legale d'ufficio, una volta scoperto cosa era riuscita a portare dentro il tribunale, ha suggerito un controllo. Una perquisizione. Che è stata autorizzata dal giudice, ma eseguita dopo la lettura della sentenza. La donna aveva con sé anche una scatolina con dentro un crocifisso. L'imputata è stata poi condannata a 8 mesi, più altri 6 da trascorrere in casa di cura: una misura di sicurezza. Durante le fasi dell'udienza la donna è stata tenuta d'occhio dai carabinieri, pronti a intervenire. Non ce ne è stato alcun bisogno, ma in aula c'era un clima non tanto sereno. In passato il metal detector aveva pizzicato alcune persone (poi denunciate) che si erano presentate nel palazzo di giustizia con armi. Sempre coltelli, quasi tutti a serramanico. Talvolta trovati in possesso di persone con precedenti penali, altre in mano a gente che aveva candidamente confessato: «Sapete, lo uso per sbucciare le mele a colazione». Una scusa che non era servita per evitare guai con la giustizia.
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