Il Tirreno

Lucca

8 MARZO

Vanessa siamo noi tutti contro la violenza

Vanessa siamo noi tutti contro la violenza

A uccidere Vanessa Simonini fu un amico di cui lei si fidava. Ora la vita spezzata di questa ragazza dal volto luminoso diventa un simbolo della lotta contro la violenza sulle donne. E i suoi genitori stanno creando una battaglia di civiltà contro questo orrore. ma i dati non sono confortanti: una donna su tre in Toscana non esce di casa di sera

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Aveva 21 anni e l’allegria della vita. E’ morta tre mesi fa, strozzata e lasciata sul greto del fiume in una notte di pioggia. L’ha uccisa un amico che si era innamorato di lei e al quale lei non voleva cedere. Un uomo più grande di cui, nonostante le ripetute avances, si era fidata.
Così si è spento il sorriso solare di Vanessa Simonini, ragazza piena di sogni e speranze, attenta agli altri e ai problemi del mondo. Ma a Gallicano, il suo paese, lei è viva, simbolo di una battaglia di civiltà contro la violenza alle donne, portata avanti dai genitori Maria Grazia e Giuseppe, dal sindaco Maria Stella Adami e dagli amici. Un progetto, sostenuto e finanziato dalla Regione, lanciato proprio alla vigilia dell’8 marzo, che punta a creare un centro di ascolto e una campagna di informazione antiviolenza.

Un impegno che nasce non solo dalla tragica fine ma dalla vita di Vanessa. La tesina, scritta nel 2008 per l’esame di maturità linguistica all’Isi di Barga, Vanessa aveva voluto proprio dedicarla a una ricerca sulla violenza alle donne.

«L’universo femminile, essendo anche io donna - scriveva - mi affascina e mi incuriosisce. Così ho voluto mettere in evidenza la forza ed energia che hanno portato la donna, dopo lunghi anni di lotte, a farsi rispettare, sebbene in parte, senza essere considerata solo un oggetto. Le donne, oggi, sono forti, attive, impegnate su mille fronti, intellettualmente vive, disponibili all’ascolto, capaci di ricoprire i molteplici ruoli di cui si fanno carico. Belle, per di più, e non solo grazie alla fortuna, ma anche all’attenzione per la dieta, l’attività fisica, il look. Alle donne del 2000 piace essere corteggiate, ammirate, desiderate e, se possibile, avere un posto sicuro al fianco di un uomo da considerare non più come un nemico da sopraffare, ma come un compagno con cui costruire una vita appagante».

Parole che sembrano macigni, pensando al destino crudele che l’aspettava. Lei che era sensibile ai temi sociali, per il servizio civile aveva scelto di stare con i bambini dell’asilo di Gallicano, si sarebbe presto iscritta alla Misericordia per fare volontariato, si impegnava sui temi della pace, comunicava allegria e gioia di vivere. Non rinunciando a vestirsi bene, a truccarsi, a essere bella. Come una donna del 2000, appunto. E ha ricevuto violenza e morte.

Come le tante, troppe, donne di cui aveva scritto nel suo lavoro scolastico: «Ogni due giorni muore una donna a causa di una violenza che nella maggioranza dei casi avviene in famiglia. Solo nel 2006 sono state poco meno di tre milioni le femmine che hanno subito un’aggressione fisica o sessuale da parte del partner o dell’ex partner. Secondo le statistiche, le donne che denunciano le violenze sono soprattutto quelle con un elevato grado di istruzione e con carichi di responsabilità. Probabilmente perché sono quelle che hanno più consapevolezza del problema e del proprio valore. Le altre, spesso, tacciono».

La sua era un’analisi a tutto tondo: «Non c’è solo il maltrattamento fisico, ma anche altre forme di violenza, come il sopruso psicologico. In questo caso il partner comincia a insultare la donna, a farla sentire una nullità fino ad arrivare a percuoterla. L’uomo può agire anche a livello economico, privandola di ogni sostentamento, non consentendole di acquistare nulla. Spesso le donne che hanno un lavoro sono costrette a lasciarlo perché il partner le esaspera fino a convincerle. E’ una tattica d’isolamento poiché lasciando il lavoro la donna è priva di ogni indipendenza».

Ma Vanessa era convinta che ogni piccola mancanza di rispetto fosse da fermare subito perché quasi sempre, scriveva, la violenza parte da episodi banali. «Accettando queste piccole forme, come possono essere gli insulti, si finisce per accettare tutto e corrodere la propria autostima. Spesso la donna non sa come reagire e non capisce se quella che subisce sia da considerare una forma di violenza».

Parole che hanno oggi un suono drammatico pensando al suo tragico destino, al tradimento arrivato da un amico. E oggi queste sue parole guidano la famiglia, gli amici, il sindaco nel progetto “Vanessa siamo noi”. Così gli studenti delle scuole superiori realizzeranno poesie, canzoni, video, racconti che verranno poi utilizzati in una campagna informativa contro la violenza, al termine della quale sarà costruito un centro di ascolto, come quelli che Vanessa chiedeva nella sua tesina. Un luogo dove le sue parole suonino con forza nelle orecchie delle donne.

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