La manifestazione
LUCCA
«Sentivo gli spari addosso»
Barbara Antoni
◗
Carabinieri e scientifica davanti alla porta della casa degli orrori«Il medico si è precipitato dentro casa per soccorrere i feriti. Io stavo prendendo dall'automedica lo zaino degli strumenti per seguirlo quando ho sentito il primo sparo. Poi ne sono seguiti altri, e altri ancora. Con un finanziere che era sul posto, il fratello e la sorella dell'aggressore, siamo corsi a nasconderci dietro un muro per ripararci dai colpi». Comincia così il racconto di Rossano Vergamini, 51 anni, di Castelnuovo Garfagnana, primo infermiere entrato nella casa dell'orrore.
3 MINUTI DI LETTURA
LUCCA. «Il medico si è precipitato dentro casa per soccorrere i feriti. Io stavo prendendo dall'automedica lo zaino degli strumenti per seguirlo quando ho sentito il primo sparo. Poi ne sono seguiti altri, e altri ancora. Con un finanziere che era sul posto, il fratello e la sorella dell'aggressore, siamo corsi a nasconderci dietro un muro per ripararci dai colpi». Comincia così il racconto di Rossano Vergamini, 51 anni, di Castelnuovo Garfagnana, primo infermiere entrato nella casa dell'orrore.
Ha ancora indosso la divisa arancio fosforescente del 118, alla fine di un turno massacrante in cui Vergamini confessa di avere «assistito a scene mai viste in venticinque anni di carriera». Proprio lui, infermiere professionale dal 1984, uno dei due entrati per primi in servizio all'emergenza urgenza dell'Asl lucchese, è stato il primo soccorritore, dopo il medico, a entrare ieri mattina nella casa dentro la corte Martinelli a Pieve San Paolo dove si è consumata la tragedia.
L'infermiere è rimasto per breve tempo dietro quel muro con le altre tre persone. «Appena ho sentito i primi spari - racconta - ho urlato di bloccare la strada. C'era pericolo per la vita di quanti potevano trovarsi là fuori. Il medico chiamava da dentro la casa ma non potevo raggiungerlo».
Agli spari che inizialmente provenivano dall'alto, dall'arma dell'aggressore Andrea Azzarri, si sono poi aggiunti quelli del fuoco contrario dei carabinieri. Attimi lunghi come secoli: per l'infermiere, continua la testimonianza, l'unico pensiero era di correre al più presto dentro la casa dove - come la badante Maria Carmela Rugani aveva urlato al telefono chiamando il 118 («venite, venite, ci sono morti, feriti!») - si era compiuta la mattanza.
Mentre i colpi dell'arma rimbombavano ancora secchi nell'aria, l'infermiere - con gli altri tre costretti contro il muro - sono riusciti a individuare un accesso alternativo alla casa. «Per fortuna - continua il racconto - siamo riusciti a passare da un appartamento vicino che ha una via di collegamento con quello in cui erano i feriti».
È entrato e si è trovato davanti uno spettacolo da brivido. Il medico stava prestando le prime cure alla donna ferita più gravemente (Maria Rosa Franceschi, di 64 anni, ndr), che per i colpi di accetta ricevuti si trovava «in un lago di sangue», rammenta Vergamini. La roncola che Andrea Azzarri aveva usato per mettere in atto il suo terribile disegno «era per terra, ancora imbrattata di sangue».
Nell'immediato, i soccorsi si sono concentrati sulla donna più grave. «Intorno gli altri feriti camminavano, urlando e alcuni in preda a crisi isteriche. Erano comprensibilmente sotto choc», prosegue la testimonianza di Vergamini.
Dopo che la Franceschi è stata caricata a bordo dell'ambulanza, l'infermiere si è dedicato agli altri feriti. «Erano tutti coscienti quando siamo entrati - racconta ancora -. Continuavano a disperarsi, e a domandarsi "perché l'ha fatto? perché l'ha fatto?". Non mi era mai capitato di trovarmi in una situazione di questo genere, fra feriti e nel mezzo di una sparatoria. Ma non mi sono spaventato, sono riuscito a tenere i nervi saldi. Sono contento di non essermi fatto prendere dal panico: sono riuscito a fare il mio dovere, a mettere in sicurezza tutte le persone che avevano bisogno del mio intervento, non ho pensato ad altro».
«Episodi di questo genere - conclude l'infermiere professionale - stanno cominciando ad essere troppo frequenti nella nostra zona. Tre settimane fa l'omicidio di Lunata: anche quella volta mi sono trovato coinvolto nella vicenda, ma dalla centrale operativa del 118. Questa volta ero in servizio sull'automedica. Quello che ho visto non potrò dimenticarlo».
Ha ancora indosso la divisa arancio fosforescente del 118, alla fine di un turno massacrante in cui Vergamini confessa di avere «assistito a scene mai viste in venticinque anni di carriera». Proprio lui, infermiere professionale dal 1984, uno dei due entrati per primi in servizio all'emergenza urgenza dell'Asl lucchese, è stato il primo soccorritore, dopo il medico, a entrare ieri mattina nella casa dentro la corte Martinelli a Pieve San Paolo dove si è consumata la tragedia.
L'infermiere è rimasto per breve tempo dietro quel muro con le altre tre persone. «Appena ho sentito i primi spari - racconta - ho urlato di bloccare la strada. C'era pericolo per la vita di quanti potevano trovarsi là fuori. Il medico chiamava da dentro la casa ma non potevo raggiungerlo».
Agli spari che inizialmente provenivano dall'alto, dall'arma dell'aggressore Andrea Azzarri, si sono poi aggiunti quelli del fuoco contrario dei carabinieri. Attimi lunghi come secoli: per l'infermiere, continua la testimonianza, l'unico pensiero era di correre al più presto dentro la casa dove - come la badante Maria Carmela Rugani aveva urlato al telefono chiamando il 118 («venite, venite, ci sono morti, feriti!») - si era compiuta la mattanza.
Mentre i colpi dell'arma rimbombavano ancora secchi nell'aria, l'infermiere - con gli altri tre costretti contro il muro - sono riusciti a individuare un accesso alternativo alla casa. «Per fortuna - continua il racconto - siamo riusciti a passare da un appartamento vicino che ha una via di collegamento con quello in cui erano i feriti».
È entrato e si è trovato davanti uno spettacolo da brivido. Il medico stava prestando le prime cure alla donna ferita più gravemente (Maria Rosa Franceschi, di 64 anni, ndr), che per i colpi di accetta ricevuti si trovava «in un lago di sangue», rammenta Vergamini. La roncola che Andrea Azzarri aveva usato per mettere in atto il suo terribile disegno «era per terra, ancora imbrattata di sangue».
Nell'immediato, i soccorsi si sono concentrati sulla donna più grave. «Intorno gli altri feriti camminavano, urlando e alcuni in preda a crisi isteriche. Erano comprensibilmente sotto choc», prosegue la testimonianza di Vergamini.
Dopo che la Franceschi è stata caricata a bordo dell'ambulanza, l'infermiere si è dedicato agli altri feriti. «Erano tutti coscienti quando siamo entrati - racconta ancora -. Continuavano a disperarsi, e a domandarsi "perché l'ha fatto? perché l'ha fatto?". Non mi era mai capitato di trovarmi in una situazione di questo genere, fra feriti e nel mezzo di una sparatoria. Ma non mi sono spaventato, sono riuscito a tenere i nervi saldi. Sono contento di non essermi fatto prendere dal panico: sono riuscito a fare il mio dovere, a mettere in sicurezza tutte le persone che avevano bisogno del mio intervento, non ho pensato ad altro».
«Episodi di questo genere - conclude l'infermiere professionale - stanno cominciando ad essere troppo frequenti nella nostra zona. Tre settimane fa l'omicidio di Lunata: anche quella volta mi sono trovato coinvolto nella vicenda, ma dalla centrale operativa del 118. Questa volta ero in servizio sull'automedica. Quello che ho visto non potrò dimenticarlo».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
