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Economia

Scarpe, cenni di ripresagrazie all'innovazionee ai prodotti di qualità

Accanto un calzaturificio, sopra la ricerca sulla scarpa, sotto Giovanni Cordoni
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Accanto un calzaturificio, sopra la ricerca sulla scarpa, sotto Giovanni Cordoni

Per il presidente del comitato di distretto, Cordoni, per i 507 calzaturifici lucchesi (2.923 addetti) il peggio è passato

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LUCCA. Dopo un periodo davvero nero, si comincia a vedere la luce in fondo al tunnel della crisi del settore calzaturiero. Ma sarà difficile agganciare la ripresa se amministratori locali e politici non faranno con convinzione la loro parte per sostenere nei fatti le iniziative del distretto.
Induce alla speranza che il peggio sia passato il quadro che della situazione della calzatura fa il presidente del comitato di distretto e presidente del centro servizi Ceseca, Giovanni Cordoni.
«Parla chiaro il dato delle flessioni registrate nel 2008 in alcuni dei principali paesi di sbocco dei nostri prodotti: Germania -17%, Francia -12,1%, Regno Unito -27% e Usa -22,4%. Il calzaturiero lucchese si rispecchia in questo quadro. Le nostre aziende esportano prevalentemente in questi mercati anche se in questi ultimi anni, grazie anche al lavoro fatto dal Ceseca, hanno saputo trovare canali autonomi di sbocco in molti altri paesi».
Anche in un quadro generale di crisi le non sottovaluta però le capacità di tenuta del distretto. In base a quali elementi?
«Faccio alcune considerazioni sui dati del settore riferiti alla fine del 2008: in provincia i calzaturifici risultano 507 con 2.923 addetti. Rappresentano il 36,60% del totale regionale e l'8,09% del totale nazionale. Il numero degli addetti rappresenta invece il 17,81% del dato regionale e il 3,40% del totale nazionale. Prendendo a riferimento i dati relativi agli espositori di Micam Shoevent di Milano (la più importante manifestazione fieristica di settore a livello europeo e forse mondiale) rileviamo come su oltre 1.500 espositori 1.268 sono italiani. Di questi 210 toscani e 47 lucchesi. È anche da questo che rilevo una sostanziale tenuta del settore. E ritengo di poter dire che il sistema calzaturiero lucchese evidenzia una forte capacità di resistere che ha impedito che fosse spazzato via come è avvenuto in altri comparti italiani ed europei».
Quali prospettive vede ora?
«Un settore che continua a dar lavoro a quasi tremila persone merita le dovute attenzioni e considerazioni da parte del sistema locale. Le nostre aziende, pur con i loro limiti strutturali aggravati dalla situazione globale oltre che locale, hanno dimostrato di saper stare sul mercato. Dovranno forse imparare a sfruttare meglio quanto il sistema mette loro a disposizione. Ceseca Innovazione da oltre venticinque anni lavora con loro, mettendo a disposizione servizi tecnici di progettazione, controllo qualità, certificazione di prodotto e formazione, oltre alle conoscenze di uno staff che giornalmente opera come per facilitare il trasferimento del know how tecnologico».
Innovazione e qualità possono insomma essere le carte vincenti. In questo senso da Ceseca e poli tecnologici può arrivare il giusto sostegno.
«Tra le due strutture c'è una diversa filosofia di base. I poli puntano ad aggregare competenze scientifiche di alto livello portando la ricerca in mezzo alle aziende. I centri servizi già operano a fianco delle aziende. Non c'è sovrapposizione, ma una grande opportunità di creare sinergie utili allo sviluppo competitivo delle piccole aziende, impossibilitate per diversi motivi a gestire in proprio la ricerca e l'innovazione. Il Ceseca da oltre venti anni è inserito in network nazionali ed europei per la ricerca e il trasferimento tecnologico verso le piccole e medie imprese. Abbiamo aderito alla Tecnorete promossa dalla Regione per la costituzione di un sistema strutturato per il trasferimento tecnologico alle imprese. Al tempo stesso abbiamo collaborazioni con i maggiori centri di eccellenza toscani a partire dalla Tecnotessile di Prato, Polimoda di Firenze e Poteco di Santa Croce Sull'Arno. Abbiamo inoltre rapporti con il Polo Tecnologico di Navacchio, la Lucense ed altri. Siamo quindi abituati al lavoro in rete ed alle collaborazioni».
M.I.

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