Proteste
Ascom e Confesercenti chiedono regole precise e controlli sulla somministrazione
Il pranzo? Dal salumiere
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Un pubblico esercizio che lavora come ristorante e come barL'allarme è partito dal mercato immobiliare. Dalla ricerca di piccoli fondi commerciali, anche di 10 metri quadri, sufficienti per aprire un negozio di alimentari dove servire zuppa, tortelli e altri prodotti per il «consumo sul posto»
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LUCCA. L'allarme è partito dal mercato immobiliare. Dalla ricerca di piccoli fondi commerciali, anche di 10 metri quadri, sufficienti per aprire un negozio di alimentari dove servire zuppa, tortelli e altri prodotti per il «consumo sul posto». Per evitare la concorrenza sleale con i pubblici esercizi, Ascom e Confesercenti chiedono al Comune paletti precisi, come il divieto per i negozi di alimentari di occupare il suolo pubblico con tavoli e sedie per far consumare in loco le pietanze cucinate.
La situazione preoccupa non poco bar e ristoranti che nelle ultime settimane hanno intrapreso una battaglia a tutela della qualità della ristorazione: pretendono, infatti, che qualunque pubblico esercizio specifichi nel menu se i cibi proposti sono espressi o congelati, anche per spiegare le differenze di prezzo. Ora, però, sembra che si debbano difendere anche dall'assalto dei negozi di alimentari che hanno iniziato, sempre più spesso, a servire da mangiare. «Quella che vogliamo portare avanti - esordisce Emanuele Pasquini, segretario di Confesercenti - non è certo una guerra contro i negozi di alimentari. Vogliamo, però, che vengano rispettati i parametri della qualità del servizio al cliente e che, soprattutto, non si utilizzi l'apertura di un negozio di alimentari come espediente per aggirare tutte le regole e i limiti imposti a chi ha un pubblico esercizio». In sostanza - precisa Pasquini - nessuno vuole impedire ai negozi di alimentari di servire i prodotti che vende, «ma vogliamo solo che questa attività rispetti la legge». Infatti, ricorda Pasquini «non è proibito per i negozi di vicinato somministrare alimenti, perché questa è una possibilità che viene data dalla legge Bersani. Ma questa possibilità deve seguire regole precise: il consumo sul posto senza, però, somministrazione assistita. In sostanza, il negoziante non può servire il cliente. La persona deve prendersi il piatto al banco». Per essere precisi, le pietanze devono essere servite in piatti di plastica, con posate di plastica; inoltre il cliente deve consumare il pasto in piedi. «Nel caso in cui un negozio di vicinato abbia anche un servizio igienico aperto al pubblico - riprende Pasquini - gli alimentaristi possono anche piazzare un piano di appoggio, del quale il cliente si può servire per mangiare, ma di sicuro il negozio non può avere sedie e tavoli a cui far sedere i clienti». Questo viene precisato anche nel regolamento dei pubblici esercizi all'articolo 17 che precisa, ad esempio, che «per prodotti di gastronomia devono intendersi tutti i prodotti, bevande comprese, che sono oggetto di vendita del negozio w che presentano caratteristiche tali da poter essere consumati immediatamente, senza richiedere operazioni di trasformazione dell'esercizio. Non è presentata la preparazione estemporanea su richiesta».
Queste regole - sottolinea Pasquini - devono valere senza deroghe per tutti i negozi di vicinato che apriranno d'ora in avanti. «Per quelli che sono già aperti e che stanno già facendo attività di somministrazione - ribadisce Pasquini - il primo paletto sarà il divieto di poter avere sedie e tavoli per far sedere i clienti. Il problema, però, è che alcuni negozi hanno interpretato in maniera estensiva le possibilità della legge Bersani e quindi si erano già attrezzati in questo senso: a loro, nel regolamento sui pubblici esercizi viene data una deroga. O meglio viene consentito di mettersi in regola entro due anni (gennaio 2011) dall'approvazione del regolamento».
La situazione, dunque, è in divenire, come il malumore dei ristoratori che cresce di giorno in giorno: «È comprensibile - conclude Pasquini - e il nostro obiettivo è fare in modo che i negozi di vicinato possano sfruttare tutte le possibilità che hanno, senza però lavorare come pubblici esercizi senza averne i titoli».
La situazione preoccupa non poco bar e ristoranti che nelle ultime settimane hanno intrapreso una battaglia a tutela della qualità della ristorazione: pretendono, infatti, che qualunque pubblico esercizio specifichi nel menu se i cibi proposti sono espressi o congelati, anche per spiegare le differenze di prezzo. Ora, però, sembra che si debbano difendere anche dall'assalto dei negozi di alimentari che hanno iniziato, sempre più spesso, a servire da mangiare. «Quella che vogliamo portare avanti - esordisce Emanuele Pasquini, segretario di Confesercenti - non è certo una guerra contro i negozi di alimentari. Vogliamo, però, che vengano rispettati i parametri della qualità del servizio al cliente e che, soprattutto, non si utilizzi l'apertura di un negozio di alimentari come espediente per aggirare tutte le regole e i limiti imposti a chi ha un pubblico esercizio». In sostanza - precisa Pasquini - nessuno vuole impedire ai negozi di alimentari di servire i prodotti che vende, «ma vogliamo solo che questa attività rispetti la legge». Infatti, ricorda Pasquini «non è proibito per i negozi di vicinato somministrare alimenti, perché questa è una possibilità che viene data dalla legge Bersani. Ma questa possibilità deve seguire regole precise: il consumo sul posto senza, però, somministrazione assistita. In sostanza, il negoziante non può servire il cliente. La persona deve prendersi il piatto al banco». Per essere precisi, le pietanze devono essere servite in piatti di plastica, con posate di plastica; inoltre il cliente deve consumare il pasto in piedi. «Nel caso in cui un negozio di vicinato abbia anche un servizio igienico aperto al pubblico - riprende Pasquini - gli alimentaristi possono anche piazzare un piano di appoggio, del quale il cliente si può servire per mangiare, ma di sicuro il negozio non può avere sedie e tavoli a cui far sedere i clienti». Questo viene precisato anche nel regolamento dei pubblici esercizi all'articolo 17 che precisa, ad esempio, che «per prodotti di gastronomia devono intendersi tutti i prodotti, bevande comprese, che sono oggetto di vendita del negozio w che presentano caratteristiche tali da poter essere consumati immediatamente, senza richiedere operazioni di trasformazione dell'esercizio. Non è presentata la preparazione estemporanea su richiesta».
Queste regole - sottolinea Pasquini - devono valere senza deroghe per tutti i negozi di vicinato che apriranno d'ora in avanti. «Per quelli che sono già aperti e che stanno già facendo attività di somministrazione - ribadisce Pasquini - il primo paletto sarà il divieto di poter avere sedie e tavoli per far sedere i clienti. Il problema, però, è che alcuni negozi hanno interpretato in maniera estensiva le possibilità della legge Bersani e quindi si erano già attrezzati in questo senso: a loro, nel regolamento sui pubblici esercizi viene data una deroga. O meglio viene consentito di mettersi in regola entro due anni (gennaio 2011) dall'approvazione del regolamento».
La situazione, dunque, è in divenire, come il malumore dei ristoratori che cresce di giorno in giorno: «È comprensibile - conclude Pasquini - e il nostro obiettivo è fare in modo che i negozi di vicinato possano sfruttare tutte le possibilità che hanno, senza però lavorare come pubblici esercizi senza averne i titoli».
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