La manifestazione
La crisi. «Ci sono troppi paletti per le aziende nell’accesso al credito»
Oltre 300 imprese a rischio
Matteo Tuccini
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I partecipanti all’assemblea della Confartigianto Imprese Lucca«Le banche vorrebbero le aziende perfette. Ma le aziende perfette non esistono». Nell'ironia amara di Roberto Favilla, direttore della Confartigianato, c'è tutto il disappunto per la stretta al credito di cui stanno soffrendo le piccole e medie imprese della Lucchesia
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LUCCA. «Le banche vorrebbero le aziende perfette. Ma le aziende perfette non esistono». Nell'ironia amara di Roberto Favilla, direttore della Confartigianato, c'è tutto il disappunto per la stretta al credito di cui stanno soffrendo le piccole e medie imprese della Lucchesia. Sono più di 300, tra le oltre 3mila iscritte all'associazione, quelle che si trovano nei guai per mancate concessioni di finanziamenti da parte degli istituti bancari. E tra queste ci sono anche molte attività storiche.
«Parliamo di attività - afferma il direttore Favilla - che sono sulla piazza da 40 anni. E che oggi si vedono rifiutare finanziamenti da 20mila euro». Così si è creata una sorta di fila continua agli sportelli della Confartigianato in viale Castracani.
«Non passa mattina - aggiunge Favilla - che al mio ufficio non bussino due o tre imprenditori in difficoltà. Insomma: siamo preoccupati. Anche perché è in aumento la cassa integrazione straordinaria per le aziende sotto i 15 dipendenti». Un allarme dato anche in occasione dell'assemblea annuale dell'associazione, tenutasi lunedì sera.
LA STRETTA AL CREDITO Una simile linea dura nel concedere i prestiti di denaro, secondo la Confartigianato, non trova riscontro negli ultimi decenni. Nonostante i proclami di vicinanza alle aziende da parte di numerosi istituti.
«Ognuno ha una sensibilità diversa - spiega il direttore Favilla - alcune banche hanno dato piccoli segnali, altre meno. Ci vorrebbero, però, più fatti. Non è possibile accettare tutti questi paletti che pongono le banche per erogare finanziamenti anche di modesta entità. Noi crediamo che i criteri di Basilea 2 (regolamento in base al quale le banche concedono il finanziamento, ndr) ed i diktat imposti dalla fusione tra più gruppi bancari siano diventati solo una scusa per molti istituti di credito per dire no alle piccole imprese che hanno bisogno di liquidità per far fronte agli impegni».
Le stesse fusioni che hanno comportato problemi concreti agli imprenditori. «Se prima il titolare di un'attività aveva due finanziamenti da 20mila euro in due banche diverse - continua Favilla - con la fusione tra quelle due stesse banche ha perso una possibilità. Perché nessun istituto, neppure il più forte, è disposto a cumulare le due somme».
Le banche, accusa la Confartigianato, dimenticano troppo spesso che queste piccole e medie aziende sono i soggetti che per anni, con gli interessi passivi che pagavano, hanno consentito a molte filiali di raggiungere i budget che le centrali imponevano loro.
«L'input - continua Favilla - è quello di dare meno denaro possibile alle imprese e soprattutto a quelle che operano in alcuni comparti. Ma questi istituti sono consapevoli che se l'azienda chiude i dipendenti vanno a casa e c'è il rischio, effettivo, che anche loro non recuperino i denari prestati?».
IL RISCHIO CHIUSURA Un semplice no, spiegano i rappresentanti delle imprese, può causare una catastrofe. È il concetto della palla di neve che diventa valanga. «Le aziende - continua Favilla - hanno bisogno di liquidità per pagare gli investimenti fatti, per onorare gli acquisti delle materie prime e per le ristrutturazioni. Poi ci sono gli stipendi e i contributi da versare ai dipendenti. Mancare uno di questi appuntamenti significa mettere in moto una catena negativa. Ecco perché spesso si accettano tassi d'interesse più elevati per i prestiti: i soldi servono subito».
Le aziende edili, ad esempio, ricevono ogni 3 mesi un documento di regolarità contributiva. Appena perdono un colpo, il documento salta. E senza quel foglio non possono partecipare alle gare di appalto. Il che, per molti edili, significa chiudere la baracca.
«Parliamo di attività - afferma il direttore Favilla - che sono sulla piazza da 40 anni. E che oggi si vedono rifiutare finanziamenti da 20mila euro». Così si è creata una sorta di fila continua agli sportelli della Confartigianato in viale Castracani.
«Non passa mattina - aggiunge Favilla - che al mio ufficio non bussino due o tre imprenditori in difficoltà. Insomma: siamo preoccupati. Anche perché è in aumento la cassa integrazione straordinaria per le aziende sotto i 15 dipendenti». Un allarme dato anche in occasione dell'assemblea annuale dell'associazione, tenutasi lunedì sera.
LA STRETTA AL CREDITO Una simile linea dura nel concedere i prestiti di denaro, secondo la Confartigianato, non trova riscontro negli ultimi decenni. Nonostante i proclami di vicinanza alle aziende da parte di numerosi istituti.
«Ognuno ha una sensibilità diversa - spiega il direttore Favilla - alcune banche hanno dato piccoli segnali, altre meno. Ci vorrebbero, però, più fatti. Non è possibile accettare tutti questi paletti che pongono le banche per erogare finanziamenti anche di modesta entità. Noi crediamo che i criteri di Basilea 2 (regolamento in base al quale le banche concedono il finanziamento, ndr) ed i diktat imposti dalla fusione tra più gruppi bancari siano diventati solo una scusa per molti istituti di credito per dire no alle piccole imprese che hanno bisogno di liquidità per far fronte agli impegni».
Le stesse fusioni che hanno comportato problemi concreti agli imprenditori. «Se prima il titolare di un'attività aveva due finanziamenti da 20mila euro in due banche diverse - continua Favilla - con la fusione tra quelle due stesse banche ha perso una possibilità. Perché nessun istituto, neppure il più forte, è disposto a cumulare le due somme».
Le banche, accusa la Confartigianato, dimenticano troppo spesso che queste piccole e medie aziende sono i soggetti che per anni, con gli interessi passivi che pagavano, hanno consentito a molte filiali di raggiungere i budget che le centrali imponevano loro.
«L'input - continua Favilla - è quello di dare meno denaro possibile alle imprese e soprattutto a quelle che operano in alcuni comparti. Ma questi istituti sono consapevoli che se l'azienda chiude i dipendenti vanno a casa e c'è il rischio, effettivo, che anche loro non recuperino i denari prestati?».
IL RISCHIO CHIUSURA Un semplice no, spiegano i rappresentanti delle imprese, può causare una catastrofe. È il concetto della palla di neve che diventa valanga. «Le aziende - continua Favilla - hanno bisogno di liquidità per pagare gli investimenti fatti, per onorare gli acquisti delle materie prime e per le ristrutturazioni. Poi ci sono gli stipendi e i contributi da versare ai dipendenti. Mancare uno di questi appuntamenti significa mettere in moto una catena negativa. Ecco perché spesso si accettano tassi d'interesse più elevati per i prestiti: i soldi servono subito».
Le aziende edili, ad esempio, ricevono ogni 3 mesi un documento di regolarità contributiva. Appena perdono un colpo, il documento salta. E senza quel foglio non possono partecipare alle gare di appalto. Il che, per molti edili, significa chiudere la baracca.
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