Il Tirreno

Lucca

Chiudono 7 aziende, 100 disoccupati

Marta Quilici

Sprofonda il calzaturiero: dopo le ferie non riapre neppure il S. Alessio

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LUCCA. Cento persone senza lavoro. Quasi 700 nuovi disoccupati in due anni. Sei milioni di euro per finanziare cassa integrazione e mobilità. È in crisi il calzaturiero. Al punto che in poche settimane hanno chiuso 6 imprese. Sette se si considera che, la settimana prossima, al rientro dalle ferie non riaprirà neppure il calzaturificio S. Alessio, 17 dipendenti. L'emorragia di lavoro è evidente. Lo sa bene l'Assoindustriali, che sta contando i posti persi. E lo sanno i sindacati che snocciolano le cifre della crisi: negli ultimi due anni hanno chiuso circa 50 aziende, quasi il 10% delle attività totali. Sono stati siglati 200 accordi di cassa integrazione straordinaria, che interviene nel caso di chiusura temporanea delle attività.

Ecco da dove vengono i 700 iscritti alle liste di mobilità e i milioni stanziati dal Ministero del Lavoro a partire dal 2005 per mobilità e cassa integrazione straordinaria. Un paracadute Cgil, Cisl e Uil lo hanno cercato, con i 6 milioni di euro del ministero del Lavoro. Grazie agli accordi sottoscritti con Roma e Provincia in Lucchesia ora hanno diritto ad accedere alle liste di mobilità anche i lavoratori di aziende con meno di 15 dipendenti. Una conquista importante soprattutto se si considera che il 90% delle persone licenziate sono donne, spesso non più giovani, difficilmente reinseribili nel mondo del lavoro, come denuncia Virginio Bertini, segretario provinciale di Filtea Cgil, il sindacato dei lavoratori del tessile.

Bertini, qual è la situazione attuale del settore calzaturiero-tessile a Lucca?
«È critica. Segue il trend nazionale e regionale. A Lucca in due anni ha chiuso il 10% delle aziende. Le richieste dei lavoratori per accedere alle liste di mobilità sono moltissime».

Quali sono le persone che risentono di più della crisi?
«Il 90% delle persone licenziate sono donne: le possibilità di essere assunte di nuovo sono scarse. Si tratta quasi sempre di persone che hanno imparato un unico mestiere e che trovano difficoltà a reinserirsi nel mondo del lavoro. A volte accade che marito e moglie lavorino nella stessa fabbrica: quando chiude la famiglia è devastata».

La crisi coinvolge tutto il settore?
«Il settore è in crisi. C'è una minoranza di aziende che ha saputo rinnovarsi e ha scelto di puntare sulla qualità del prodotto; queste stanno andando bene e fanno anche qualche assunzione, ma non riescono certo a riassorbire tutti i licenziati».

Quali sono le cause della crisi?
«Le motivazioni sono tante e complesse. Ha influito l'accelerazione del processo di globalizzazione che sta causando la dislocazione delle fabbriche: le aziende trasferiscono la produzione nell'Europa dell'est, in Croazia, Albania. Un altro fattore negativo è il cambio sfavorevole dell'euro rispetto al dollaro. Poi, ha influito la concorrenza asiatica, quella cinese in particolare. Un po' di responsabilità ce l'hanno anche gli stessi imprenditori che non si sono adeguati alle richieste del mercato e che hanno «spremuto» gli operai finché hanno potuto e poi li hanno licenziati».

Qual è il ruolo del sindacato in questa situazione?
«Il sindacato è accanto alle molte persone che si trovano da un momento all'altro disoccupate. Le aiutiamo a chiedere l'inserimento nelle liste di mobilità, nella riscossione delle mensilità arretrate».

Quali sono le proposte?
«Chiediamo alle aziende di puntare sulla qualità del prodotto, del lavoro, e dell'ambiente lavorativo; chiediamo a Provincia e Comuni un piano immediato di sostegno economico a quelle aziende che si impegnano a mantenere le loro attività sul territorio. Sarebbero necessari corsi di formazione per i licenziati finalizzati al concreto reinserimento lavorativo».

Ma ad oggi quali sono i traguardi raggiunti?
«È stato raggiunto un importante accordo col Ministero grazie al quale nella nostra provincia hanno diritto alla mobilità anche i lavoratori di aziende con meno di 15 dipendenti: per chi ha meno di 40 anni la mobilità dura 9 mesi, per chi ha dai 40 ai 50 anni dura 10 mesi, per le persone con più di 50 anni la mobilità vale per 12 mesi. Prevista, infine, per i dipendenti di aziende temporaneamente chiuse, una cassa integrazione straordinaria di un anno».

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