Il Tirreno

Lucca

Braglia dipinge già la sua Lucchese

Luca Tronchetti

«Lavoreremo sodo sul campo per centrare l’obiettivo dei playoff»

5 MINUTI DI LETTURA





LUCCA. Schietto, diretto, concreto. Pochi fronzoli e tanta sostanza. Come dovrà essere la sua Lucchese. Una squadra che dovrà puntare al sodo. Palle lunghe e pedalare. D’altronde la serie C è fatta di sangue, sudore e lacrime. Un inferno dove non c’è posto per i solisti, le ballerine di prima fila. Conta il collettivo, l’unità d’intenti, l’obiettivo comune da raggiungere insieme. Piero Braglia, 52 anni e mezzo, ex centrocampista di fatica in A negli anni Ottanta accanto al genio di Giancarlo Antognoni e pluridecorato allenatore di terza serie, 96 ore dopo la festa di Pisa lascia il gruppo che ha portato in B.

Per approdare a 20 chilometri di distanza. A Lucca e nella Lucchese. Al diavolo la storica rivalità con i nerazzurri e le polemiche legate alla sfida di S. Giovanni Valdarno (7 maggio 2006, quella dei palloni e dei raccattapalle spariti). Per «Pierino la Peste» (soprannome affibbiatogli dal suo vecchio allenatore Carletto Mazzone quando era a Catanzaro) inizia una nuova avventura. Affrontata con l’umiltà e la chiarezza di sempre. «L’obiettivo sono i playoff, chi parla di promozione diretta lo picchio». Partire a fari spenti senza sbandierare propositi di vittoria. E lavorare, lavorare, lavorare. «Le chiacchiere le lasciamo agli altri noi dobbiamo guardare a casa nostra». Poche parole, concetti che non lasciano adito a fraintendimenti. Lessico colorito, battuta salace, linguaggio diretto. Era così da giocatore (almeno 2-3 giornate di squalifica a campionato per i battibecchi con arbitri, guardialinee e avversari) è rimasto se stesso da tecnico (con le giornate di squalifica che sono raddoppiate). Eterno Peter Pan che odia il doppiopetto e la cravatta, è infastidito dalla divisa sociale e indossa volentieri magliette e felpe.

«Che volete, mi veste mia moglie. La mattina trovo la roba in fondo a letto e me la infilo. Non è più comodo così?». Sa bene che il suo carattere fumantino per raggiungere certi livelli (A e B) rappresenta un grosso limite: «Lo so, sono irrecuperabile. Ma che volete che vi dica. Se mi comportassi in maniera diversa fingerei a me stesso. E vi assicuro che sarebbe un disastro». Nei modi e nei ragionamenti ricorda l’Omone prima maniera. Ma per rinverdire le sue gesta a Lucca di strada dovrà farne parecchia. Arriva alle 14.30 nella sala conferenze dell’albergo Villa delle Rose. Maglietta marrone e jeans. Accanto a lui siede il fidato Mauro Isetto, polo bianca e sguardo sornione. Di lato il presidente Hadj, il diesse Giusti, l’amministratore delegato Osman e in piedi il segretario Antonio Magli. Manca soltanto il team manager Ciccio Bellucci a completare uno staff snello e agile.

L’ideale per costruire qualcosa d’importante. Per sancire la pace ufficiale due tifosi della vecchia guardia si avvicinano al tecnico consegnandogli tre palloni rigorosamente rossoneri e, armati di spugna e spazzola, iniziano a far finta di pulirlo e gli consegnano un biglietto con una frase eloquente: «Al mister depisanizzato perchè i palloni rossoneri non manchino mai... (riferimento a S. Giovanni, ma anche alla gara d’andata con il Pisa) nella rete avversaria». Braglia sorride divertito e sta al gioco. Rotto il ghiaccio la strada è tutta in discesa. Davanti ad una nutrita platea (almeno una sessantina i supporters rossoneri) inizia il suo monologo. Partendo da una premessa fondamentale. Lui sarà l’allenatore di tutti. «So che ci sono stati dei problemi in passato a livello di comunicazione. Vi prometto che da oggi in poi sarà diverso. Tutti dovranno avere la stessa considerazione e lo stesso peso. Nessun privilegio, nessuna rendita. Si parte tutti da zero e sullo stesso piano. Per chiarimenti io sarò a vostra completa disposizione».

Frena i facili entusiasmi di chi si accalora al pensiero di vincere il campionato e raggiungere gli «odiati» cugini del Pisa in B: «Non sono un fenomeno e non garantisco nulla. Sono una persona a cui piace lavorare sul campo e che prende seriamente la sua professione. Tuttavia non sono certo venuto per tirare a campare, per strappare un bel contratto biennale vicino a casa (abita con la moglie e due figli, maschio e femmina, a Ponte Buggianese). Questi contratti non contano nulla. Sono un domenicale. Se faccio risultati bene altrimenti mi cacciano. La Lucchese è una società importante. Avevo 18 anni e giocavo nel Montevarchi. Ricordo ancora il Porta Elisa stracolmo di tifosi. Perdemmo 2-0, era la mia seconda partita tra i professionisti. Ma restai attratto da quella gente, da quel tifo incessante. Ecco, mi piacerebbe rivedere quello stadio pieno come 34 anni fa. Dipende da tutti noi: staff tecnico, giocatori, tifosi, stampa. Remando tutti nella stessa direzione possiamo fare qualcosa d’importante».

Inutile strappargli nomi dei nuovi acquisti, di giocatori a cui la società è interessata, ma anche semplicemente dei vari ruoli. Al di là della conferma dell’ingaggio di Bertolini e della data di partenza per il ritiro fissato a Pievepelago per lunedì 16 luglio, da Braglia non levi una parola di bocca: «Guai a parlare di giocatori che ci interessano. Si fa il gioco degli altri. In questi due anni a Lucca il presidente ha speso e pure troppo. I «miei fedelissimi»? Guardate che l’anno scorso chi ha creduto nel progetto mi ha seguito rinunciando a prendere più soldi da altre parti. Nella Lucchese vale lo stesso principio. Chi viene deve essere consapevole della situazione e dimostrare di essere bravo. Altrimenti è meglio che stia a casa sua. Preferisco gli anziani ai giovani? Chi dice questa panzana. Domandate a Foggia o a Catanzaro. In Puglia ho tolto di squadra sei titolari che giocavano con il colletto rialzato e la puzza sotto il naso pensando ci fosse ancora Zeman, in Calabria ho lasciato fuori per motivi di rendimento e disciplinari quattro titolari fissi (tra cui il bomber Corona e l’ex rossonero Caterino). Con me gioca chi è più in forma. In barba all’anagrafe o ai trascorsi in carriera». Strappa un lungo applauso quando parla dei suoi calciatori: «Sapete cosa mi secca di più? Non di perdere una partita, ma d’incontrare in città i tifosi che mi fermano dando dei vagabondi ai miei giocatori al termine di prestazioni indecorose. E’ la cosa che mi dà più fastidio. Proprio non la sopporto. E chi non dà il 101% sa che la domenica dopo scalda la panchina o se ne va in tribuna dove la partita, del resto, si vede meglio».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Finanza

Pisa, sequestrati oltre 118mila prodotti falsi: dalle carte da gioco alle griffe della moda - Valore 650mila euro

di Redazione Pisa