Il dolore
Lettere ed e-mail contro il libro di Flavia Piccinni su una Lucca «bella e immutabile»
"Lo sbaglio", la protesta scoppia in libreria
Alessandro Petrini
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La scrittrice Flavia Piccinni 3 MINUTI DI LETTURA
LUCCA. «Lucca è una finestra su un meraviglioso cortile in cui non succede niente». Flavia Piccinni questo lo pensa e l'ha scritto nel suo libro "Lo sbaglio" (Rizzoli). Dieci anni fa toccò al critico Cesare Garboli, che aveva parlato di Lucca nel libro realizzato dalla Provincia "Toscana terra di alpe e di mare". Contro le sue affermazioni furono appesi duemila manifesti di protesta sui muri del centro e della periferia. Il caso tenne banco per oltre un mese. Ora la storia si ripete perché un mese dopo l'uscita de "Lo sbaglio" nelle librerie è partita una nuova polemica, con lettere e mail firmate da lucchesi infastiditi dal modo in cui la città viene rappresentata. «Chiusa, corrotta e perversa: Lucca non è così» oppure «la nostra città è un gioiello da proteggere, non l'emblema vizioso della provincia italiana». Queste sono alcune delle accuse rivolte alla giovane autrice che a metà novembre tornerà a presentare il suo romanzo. Flavia ha 25 anni, ha già all'attivo un premio Campiello giovani e un romanzo d'esordio, "Adesso tienimi", del 2007. È nata a Taranto e vive a Roma ma è cresciuta a Lucca, dove ha studiato e iniziato a scrivere. Per questo ha scelto Villa Bottini per presentare il suo libro in anteprima nazionale. Flavia, come si spiega queste critiche? Nel libro racconto Lucca con il distacco di chi è andato via e lo sguardo di una persona che qui è cresciuta e conosce bene i meccanismi della città, le abitudini, i segreti. Non sono stata tenera, è vero, ma niente di quello che ho scritto credo sia una bugia. Se c'è una colpa, probabilmente è quella del provincialismo italiano, di cui sono ammalati Lucca e i lucchesi, secondo cui i panni sporchi vanno lavati in casa e se c'è del marcio è bene tenerlo nascosto. A cosa si riferisce? A quello di cui ho parlato nel libro: la politica, il sesso, la corruzione. La difficoltà di diventare adulti in una città di provincia chiusa e claustrofobica che guarda più alle apparenze che alla sostanza. Su "Il Tirreno" alcuni studenti del liceo classico hanno criticato Lucca definendola una città chiusa dove mancano luoghi e progetti e dove i giovani dovrebbero andarsene per tornare da adulti. Ho frequentato la loro stessa scuola, ne parlo anche nel romanzo, e comprendo la loro rabbia. La stessa che provavo io davanti a questa città di plastica. È ferma, congelata nei giochi di potere, impermeabile alle novità. Lucca respinge i ragazzi, li ridicolizza nelle loro ambizioni e desideri. Sembra quasi che debbano espiare la colpa di essere giovani in una società che non vuole invecchiare. Perché la scelta di ambientare il suo romanzo proprio qui? Sono cresciuta a Lucca, nelle strade e nelle piazze che racconto, fra via Fillungo e piazza San Michele, frequentando i negozi e i bar del centro storico. Conosco bene la città e il modo di pensare dei lucchesi. E poi volevo raccontare la provincia italiana nel suo gretto perbenismo, nella sua borghesia rispettabile almeno nelle apparenze. E Lucca mi sembrava perfetta: uno scrigno ipocrita pieno di segreti e misfatti. In fondo, Lucca è lo specchio della nostra Italia, un po' corrotta e un po' buonista, dove tutto sembra sul punto di crollare e alla fine, però, resta sempre uguale.
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