Il dolore
Sostenuta da Elisa Baciocchi quando le merci inglesi furono bandite dallimpero francese
L'impresa (fallita) dello zucchero di castagna
Carla Sodini
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La medaglia con leffige di Elisa Bonaparte Baciocchi 3 MINUTI DI LETTURA
LUCCA. Perfino un nostalgico del passato come l'abate Jacopo Chelini (1759-1824) riconosceva, nel suo Zibaldone lucchese (1811-1815; in ASLu, Sardini, 174) a Elisa Bonaparte e a Felice Baciocchi alcuni meriti particolari nonostante le loro colpe, soprattutto nei confronti della chiesa. I sovrani, infatti, non solo avevano ottenuto da Napoleone Bonaparte l'esenzione del loro principato dall'onere della coscrizione militare obbligatoria ma si erano anche molto impegnati nel migliorare l'educazione della gioventù e nel favorire gli studi e l'arte. Avevano, inoltre, cercato di risollevare l'economia lucchese dalla crisi scatenata dal "blocco continentale" che impediva, dal 1806, alle navi inglesi di sbarcare le proprie merci nei porti dell'Impero francese. Nel 1807 Felice Baciocchi si era fatto promotore di un Comitato d'incoraggiamento dell'agricoltura, arti e commercio per favorire, anche attraverso la ricerca e la sperimentazione, il risveglio delle manifatture tradizionali lucchesi e la nascita di nuove industrie. Oltre a sostenere la caratteristica lavorazione di panni in seta pregiata, la magistratura appoggiò anche l'istituzione di alcuni opifici per la lavorazione dei velluti e per la tessitura di tele in canapa destinate ai velieri della disastrata marineria francese. Nel 1812 organizzò, infine, nei locali appartenuti al monastero di S. Maria Forisportam, un grande laboratorio per la confezione di cappelli di paglia "alla fiorentina". Il bisogno, come è noto, aguzza l'ingegno soprattutto in tempi di crisi e di autarchia. Di fronte alla scarsità di alcuni generi coloniali - come il caffè, tè, cotone, cacao e zucchero - Elisa e suo marito non esitarono, seguendo l'esempio di Napoleone, ad offrire ricchi premi in denaro a chi fosse riuscito a inventare degni surrogati. Fu allora che si diffuse, anche nelle campagne lucchesi, la coltivazione del cotone e dei "pomi di terra volgarmente detti patate" che risultarono, presto, un alimento fondamentale in sostituzione del pane. Era però lo zucchero la sostanza di cui tutti, miseri e ricchi, sentivano maggiormente la mancanza. Attorno alla creazione di un suo surrogato si era scatenata, in quegli anni, una vera e propria gara internazionale resa ancora più competitiva dalle generose ricompense promesse da Napoleone. Alcuni - i più fortunati - provarono a estrarre lo zucchero dalle barbabietole; altri meno favoriti dalla sorte, tentarono di produrlo dal mosto delle uve, dalle carrube, dai fichi secchi e dai corbezzoli. Ne trassero, nei migliori dei casi, sciroppi densi e appiccicosi utilizzabili, con qualche vantaggio, solo nella confezione di dolci e pasticcini. Nel 1809 anche la principessa Elisa, presa da questa frenesia, decise d'impiantare a Lucca una fabbrica per l'estrazione dello zucchero dalle castagne destinando una sovvenzione di 40.000 franchi alle prime spese organizzative e nominando Giacomo Ducheval e Antonio Mazzarosa (già direttori della fabbrica di cappelli) responsabili del nuovo stabilimento. Sempre in quell'anno, inoltre, la sorella di Napoleone autorizzò il Demanio a ricevere in natura, anziché in denaro, la rendita di 500 staia di castagne per passarle alle maestranze della nuova fabbrica allestita in Cittadella nei locali dove, in passato, veniva prodotto il pane per i bisogni della città. Lo zucchero di castagne lucchese si presentava assai bianco, simile nell'aspetto a quello derivato dalla canna da zucchero. Continuava però a emanare il classico profumo delle sue origini e, malgrado gli forzi di un discreto numero di chimici ed esperti provenienti anche da altre città dove si stavano tentando analoghi esperimenti (Napoli e Castiglion Fiorentino), seguitò - pertinace - a olezzare di farina di neccio, castagnaccio e suoi derivati. Nonostante questi problemi, il prodotto finito veniva portato a Livorno per essere acquistato da alcuni faccendieri che lo mescolavano al poco zucchero di canna che ancora arrivava, di contrabbando, in quello scalo. Gli stessi lo rivendevano poi ad acquirenti forse troppo fiduciosi. Si trattava di un commercio lucroso ma non esente da rischi perché lo zucchero di castagne non si manteneva a lungo essendo sensibile all'umido. Di qui una lunga serie di contestazioni, reclami e richieste d'indennizzo da parte degli incauti compratori e, di conseguenza, la rapida e ingloriosa chiusura dell'opificio lucchese ancora prima della caduta dell'Impero.
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