Il Tirreno

Livorno

Gianna Fratta, sul podio della Bohème: «Un sogno di bambina che si è realizzato»

Maria Teresa Giannoni
Gianna Fratta, sul podio della Bohème: «Un sogno di bambina che si è realizzato»

Livorno, la giovane già affermata direttrice d’orchestra spiega i segreti del mestiere e denuncia la scarsa presenza femminile nei ruoli direttivi della lirica  

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LIVORNO. I ragazzi dell’orchestra vengono scaricati dal pullman gran turismo in piazza Cavour, li vedi trascinare i loro trolley alla volta del Goldoni, gli strumenti dietro le spalle come uno zaino. Poi li senti sparsi nelle stanze a fianco del palcoscenico soffiare nei tromboni, nei flauti, fare un chiasso incredibile. Sono pronti per ricominciare le prove. A guidarli trovano lei, Gianna Fratta, direttrice d’orchestra tra le più affermate in Italia e all’estero. Capelli corvini, due occhi pungenti e il rossetto sulla bocca, si è lanciata con entusiasmo in questa avventura della “Bohème” in scena sabato (ore 20, 30) e domenica (ore 16, 30) al Goldoni per poi passare sui palcoscenici del Verdi di Pisa e del Giglio di Lucca. Gli orchestrali sono quelli giovanissimi dell’Ogi, l’Orchestra Giovanile Italiana che fa capo alla prestigiosa istituzione della Scuola di Musica di Fiesole.

«Mi considero una brava didatta – dice la direttrice che da anni insegna al conservatorio di Foggia – .Amo lavorare con i giovani perché è vero che si va più lentamente ma loro ci credono veramente che quella sarà la loro migliore “Bohème” e ci mettono tutto se stessi. Questo ti dà un’energia incredibile» . Anche lei ha deciso prestissimo di darsi alla musica e ha messo in fila una serie di traguardi di grande importanza, spesso risultando la prima donna a compiere certe imprese, come dirigere all’Opera di Roma o guidare i Berliner Symhoniker.

È vero che aveva solo 9 anni quando ha deciso di voler diventare direttore d’orchestra?

«Sì, studiavo pianoforte al conservatorio di Milano e il mio maestro mi invitò a un concerto. Fu un’emozione così forte che i miei dicono che tornando a casa dicevo: voglio stare là anch’io, dove sta il maestro, in mezzo a tutti quei suoni».

Qual è stata fino ad ora l’esperienza che l’ha più gratificata?

«Dirigere il Concerto di Natale al Senato nel 2016. Fino ad allora erano stati soltanto direttori uomini invece è stato importante che un’istituzione italiana abbia chiamato una donna. Non solo per me ma anche per le mie colleghe. Era lo Stato che finalmente si rendeva conto che ci sono anche le donne, in un ambiente come quello degli enti lirici in cui la presenza delle donne come direttori stabili, direttori artistici e o sovrintendenti è quasi inestistente. Ho diretto un’orchestra di giovani, non avevano più di 25 anni, in un ambiente paludato come il Senato».

Cosa serve per fare il direttore d’orchestra?

«Tante competenze: musicali, tecniche, umane e organizzative. Serve capire come si gestisce una leadership. Faccio tante conferenze su questo tema, a febbraio sarò alla Bocconi per parlare in un master per medici e farmacisti, ma ho fatto incontri con oncologi, manager della Barilla, all’Agenzia delle Entrate. Con un’orchestra c’è la maggiore concentrazione di persone nel minor spazio possibile, ci sono tante problematiche da gestire».

E fisicamente?

«Ci vuole anche forza nelle braccia, come per un tennista o un violinista. Io corro, faccio esercizi ma non sono un’amante delle palestre, i pesi sono deleteri, ci vogliono elasticità e velocità. Sto sul podio anche 5-6 ore il giorno, i muscoli ormai sono formati. Ci vogliono virtuosismo tecnico, la capacità di controllare ogni singolo movimento e rendere quel gesto comprensibile a chi sta di fronte immediatamente e inequivocabilmente in modo che non ci siano nei 200 che stai dirigendo due che entrano prima o dopo. Altrimenti il risultato è compromesso» .

Le chiederanno spesso del suo rapporto con Piero Pelù. Che cosa l’ha attratta in lui?

«Non sapevo che fosse un rocker così famoso, non ero una frequentatrice dei concerti rock. Mi piaceva lui come persona, siamo molto simili, abbiamo una concezione della vita un po’particolare, molto complessa sotto certi aspetti, anche logistici, io viaggio molto per lavoro, lui anche. Lui è popolare ma fa una vita molto normale, andiamo in posti tranquillissimi, in alberghi normali. Mi fa piacere per lui che la gente lo conosca, ma per me lui è Piero, non il cantante dei Litfiba» .
 

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