Gioco
Quelle estati col mio amico Carlo Giuffré nell’incantesimo della sua Quercianella
il ricordo
Nel trigesimo della scomparsa di Carlo Giuffré ecco il ricordo di Mario Miccoli.
mario miccoli
Ho avuto il piacere ed il privilegio di trascorrere oltre trenta estati con Carlo Giuffré. Piacere e privilegio doppi, perché il Giuffré estivo, nella pausa delle sue lunghe tournées invernali era affatto diverso dal capocomico esigente, autoritario, perfezionista al punto di ripetere la prova di una scena decine di volte alla ricerca della pausa o del gesto perfetti (ricerca che continuava durante tutta la tournée, non mancando di chiedermi se avessi notato il miglioramento apportato).
Il Giuffré estivo era amabile, giocoso, riflessivo, insomma il miglior compagno di ore liete che si potesse desiderare: non c’era cena che non si concludesse con la sua proposta di giochi di società, che implicavano doti recitative, con cui deliziava i commensali, fossero anche i suoi amici più cari, Marcello Mastroianni e Paolo Panelli. Con loro in particolare metteva in scena delle piccole gags che praticavano per gioco fin dai tempi dell’Accademia d’Arte Drammatica.
Come tutti i grandi comici, peraltro, l’umorismo di Carlo era venato da un velo di tristezza, per cui non mancava di ricordare i durissimi tempi della sua infanzia, segnata dalla morte del padre, dal collegio, dalla miseria, dalla guerra. Un pomeriggio, rievocando con Marcello quei tempi grami, si volsero a guardare la casa di Quercianella dicendosi: “Chi l’avrebbe mai detto allora che avremmo avuto villa a Quercianella e Castiglioncello?”.
La sua passione, il centro delle sue chiacchierate nelle lunghe serate estive rimaneva tuttavia sempre il teatro, per il quale rifletteva amaramente che l’Italia, pur in presenza di autori eccelsi come Goldoni e Pirandello, non aveva mai avuto un grande teatro, perché in realtà, il nostro era un teatro di corte (dal che i suoi protagonisti: cortigiani) a differenza del teatro profondamente imprenditoriale e perciò libero ed indipendente, del ’600 inglese; situazione, amava ripetere, aggravatasi con il trionfo del melodramma che aveva imposto la realizzazione di teatri d’opera e non di prosa.
I suoi settant’anni di compagnie di giro gli avevano fatto amare profondamente questo Paese, di cui sottolineava le bellezze che aveva apprezzato in ogni nostra regione. Ma i luoghi più amati rimanevano per lui Roma, Napoli e Quercianella.
Roma, di cui facevamo a gara a ricordare gli angoli più suggestivi, i monumenti più belli e sconosciuti, le chiese ed i quadri indimenticabili, Napoli, di cui, a dispetto di camorra, di cattiva amministrazione, di immondizia, non si poteva dimenticare la luce straordinaria, la bellezza dei luoghi, insomma l’antica capitale emblema del fascino Mediterraneo.
Ma Quercianella gli era nel cuore in maniera unica, Quercianella era il porto sicuro dove si ritirava, pago del lavoro intenso e di soddisfazione di tutto l’inverno, l’angolo nel quale poteva dedicarsi ad ozi, passeggiate, riflessioni, mai banali, mai cattive, in piena serenità. Tanto amata che all’adorata moglie Lilli, pochi giorni prima di lasciarci aveva espresso il desiderio struggente di tornare almeno un’ultima volta a Quercianella. Addio, amatissimo, caro Carlo. —
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