Il Tirreno

Livorno

Il comandante e il marinaio che vollero morire con la nave

Gian Ugo Berti
Il comandante e il marinaio che vollero morire con la nave

Il capitano di corvetta Costantino Borsini e l’attendente Vincenzo Ciaravalo affondarono nel Mar Rosso rifiutandosi di abbandonare il “Nullo”

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«Se le navi vanno generalmente meglio degli Stati, ciò accade per la sola ragione che, in esse, ognuno accetta la parte che gli compete, mentre negli Stati, generalmente, meno si sa e più si ha la mania di comandare». Questa frase di Massimo D’Azeglio è incisa su una lapide al Campo degli Eroi (sede della Fondazione Berti, nel Comune di Casciana Terme Lari). Parole che spiegano come la vita a bordo sia unica. I loro nomi: Costantino Borsini di Milano e Vincenzo Ciaravalo, nato a Torre del Greco. Il primo, capitano di corvetta della Marina Militare (entrò in Accademia Navale nel 1922 e ne uscì guardiamarina 4 anni dopo). Il secondo, suo marinaio, arruolato di leva.

Entrambi si trovavano a bordo di nave “Nullo” , il 21 ottobre 1940 nel Mar Rosso, come comandante ed attendente. Il destino li aveva fatti incontrare e morire insieme, per libera scelta. Avrebbero potuto salvarsi, ma non fu così. Come dice la motivazione della medaglia d’oro al valor militare: «Dopo aver provveduto a far mettere in salvo gli uomini, essendo l’unità colpita e menomata nell’efficienza operativa, Borsini rifiutava d’abbandonare la nave e, impavido e fiero sul ponte di comando, volto verso il nemico, affondava con essa». Quanto a Ciaravalo, ritornando a bordo «in un generoso atto di fedeltà e d’altruismo, volle seguire la sorte del comandante».

Deliberato suicidio o eroismo d’altri tempi? Se lo chiese il giornalista Angiolo Berti, storiografo ufficiale della Marina Militare. «Ci sono individui dotati di particolare nobiltà d’animo – scrisse – che riescono a venir meno ad un istinto primario: la sopravvivenza e la conservazione della vita, per essere coerenti ad un impegno. Nell’uomo di mare non si tratta d’idea o d’ideali, ma nell’aderire ad un ruolo che prevede il sacrificio di sé stesso».

«Storicamente – precisò – colui che comanda la nave è un condottiero che guida un popolo, di cui ha la responsabilità. Così, il capitano è responsabile dell’equipaggio e della nave. Non è solo il fatto che quando la nave affonda il capitano affonda con essa. Questi comandanti possono creare meccanismi d’identificazione nell’equipaggio e non è raro trovare episodi di marinai rimasti accanto».

È strano – sono sue parole – che ciò avvenga prevalentemente fra uomini di mare. Ma è la vita sulla nave, specie in tempo di guerra, dove le vite sono legate da responsabilità reciproche. A bordo, l’errore d’un singolo viene pagato da tutti e quello del capitano ha il prezzo altissimo». E sui naufraghi: «È raro che il mare restituisca i corpi, ma le onde sono il cimitero della loro vita». E sui morti: «Se gli scomparsi in mare avessero la propria tomba, il tempo ricorderebbe una realtà d’eccezionale valore. La storia delle guerre militari mai sarà dimenticata: il naufrago scomparso rinascerà». Al comandante Borsini sono dedicati un cacciatorpedieniere, una strada a Corsico (Milano) e una a San Marco di Villarboit (Vercelli), cui l’eroe era legato da motivi familiari. All’eroe torrese è dedicata la Villa Comunale di Torre del Greco. —

Gian Ugo Berti

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