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A lezione di kickboxing per recuperare la speranza

Rosanna Harper ; / LIVORNO
A lezione di kickboxing per recuperare la speranza

L’atleta livornese Emanuele Bozzolani insegnante in un campo profughi  al confine con la Siria. «Lo sport è stato strumento di pace e di speranza» 

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LIVORNO

In Giordania, in uno dei campi profughi più grandi al mondo, che si trova al confine con il territorio siriano. È una esperienza straordinaria, che eleva il mondo dello sport a strumento di pace e di vicinanza ai popoli ed è quella che ha fatto Emanuele Bozzolani, livornese, 44 anni, coach della nazionale norvegese di kickboxing. Lo sportivo, dal 9 al 15 aprile, è volato in Giordania, nel campo profughi di Za’atari, che, al suo interno, racchiude più di 80. 000 persone, gran parte delle quali bambini.

«Sono stato chiamato da un’associazione umanitaria sportiva – spiega Emanuele Bozzolani – “Sport and peace” che opera a livello internazionale. Mi hanno chiesto di andare a Za’atari: uno dei campi profughi più grandi al mondo».

«L’associazione “Sport and peace”– aggiunge Emanuele – sceglie personaggi legati al mondo dello sport che, grazie alle loro competenze, possono contribuire a diffondere la cultura dello sport».

Emanuele, che ha condiviso il viaggio con altri due sportivi (Giampaolo Calajò, coach della nazionale norvegese di kickboxing, e Domenico Mandalari, entrambi del centro sportivo Aikya di Palermo), è stato per dieci anni coach della nazionale italiana di kickboxing, vincendo un mondiale e tre campionati europei. Emanuele, inoltre, è titolare della Hejo Dojo, palestra di arti marziali che si trova in zona Picchianti.

«Ci hanno chiesto di mettere in pratica due attività di formazione: una legata all’autodifesa che si rivolgeva a donne e bambine, e una legata alla kickboxing che, invece, ha riguardato uomini e bambini – sottolinea Emanuele. Il nostro obiettivo? Formare istruttori che, successivamente, e a loro volta, avranno il compito di formare altre persone» .

Il progetto che ha coinvolto Emanuele richiama la collaborazione di Wako (World Association of Kickboxing Organizations) e avrà durata triennale. «Un’esperienza fantastica, che mi ha totalmente allargato la mente» , commenta l’atleta.

«Il campo profughi di Za’atari - spiega Emanuele - è delimitato da recinzioni: non si può entrare e né uscire se non con autorizzazioni speciali.

Le difficoltà nel campo, racconta Emanuele, non mancano e riguardano, principalmente, la mancanza di acqua e cibo. Inoltre, nel campo, vige una netta separazione tra componente femminile e maschile. «Ci siamo allenati – spiega Emanuele – all’interno di un container: si entrava la mattina alle 10 per uscirne a pomeriggio inoltrato. Le donne facevano ginnastica con il velo. Le persone coinvolte nel progetto si sono messe in discussione, grazie allo sport tentano di riemergere, riconquistando parte della dignità che la guerra ha portato via loro».

Emanuele ripensa all’esperienza a Za’atari: sul suo volto si allarga un sorriso. «Grazie allo sport – conclude – ho viaggiato tantissimo: sono stato in America e in Cina. Da quando sono tornato dalla Giordania vedo tutto con occhi diversi: le persone del campo sopravvivono ogni giorno, spero che la nostra presenza abbia contribuito a far capire loro che non sono sole» . —



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