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Livornesi, razzaccia incompresa Mario Cardinali ci gioca sul palco - Video
Con uno spettacolo tutto suo in programma sabato il direttore del Vernacoliere ci accompagna in un viaggio (non solo satirico) nello spirito labronico e nella storia della città e dei suoi abitanti
LIVORNO. Cardinali e Livorno. O meglio, Mario Cardinali e la storia di Livorno. E' già di per sé un evento quando un nome che fa, di suo, parte della storia di una città decide di raccontare la storia di quella città. Da noi può accadere - perché, per dirla con parole sua, siamo "ganzi". Sabato 28 gennaio, alle ore 21, nel corso di una serata speciale al Teatro Goldoni di Livorno (dall'esaustivo titolo "Noi livornesi, una razzaccia a modo nostro - Chi siamo, come siamo, perché siamo così") Mario Cardinali parlerà di Livorno a 360 gradi. Una chiacchierata-monologo del fondatore ideatore direttore del "Vernacoliere" che si lancerà nel «recupero autoironico della nostra nobiltà, contro quello che gli altri dicono di noi».
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Ottant'anni il 5 febbraio prossimo venturo, Cardinali è giornalista dal 1966, editore, scrittore, conferenziere ed è l'inventore del giornalismo in chiave satirico-vernacolare, incarnato, nelle sue creazioni editoriali, nel "Livorno Cronaca" periodico di controinformazione prima e, dal 1982, in suo figlio, "Il Vernacoliere", mensile satirico e di mancanza di rispetto, conosciuto in tutta Europa e anche oltre. Un lavoro di una vita, insignito di numerosi premi e prestigiose onorificenze: solo per citare le ultime, nel 2015 la "Canaviglia" del Comune di Livorno e, nel 2016, il "Gonfalone d'argento", il massimo tributo della Giunta della Regione Toscana.
In vista dell' one-man-show al Goldoni siamo andati ad incontrarlo. «Era da un po' che volevo dare seguito ad una chiacchierata sulla livornesità fatta col pubblico in occasione della Festa del Vernacoliere del 2006 - racconta Cardinali, "finalmente il direttore del Goldoni Marco Leone ha sbloccato la situazione e mi ha chiesto di farla lì: ne sono ben lieto. Sarà una versione 'cordiale' della storia di Livorno, racconterò quello che si dovrebbe dire nelle scuole e che non si dice, perché i programmi scolastici non se ne occupano più, o non se ne sono mai occupati». Ovviamente non mancheranno la satira, le digressioni sulla politica e il fuoco di fila di battute "senza peli sulla lingua" che da sempre hanno costellato la carriera di Cardinali.
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«Mi sa che il 28 sera fischieranno le orecchie anche ai pisani, si parlerà anche di loro, perché, lo possiamo dire, senza pisani non ci sarebbero i livornesi, ma soprattutto perché finalmente verranno trattati per quello che sono: una minoranza storica per una maggioranza satirica - come fu il tema di una mia relazione ad un congresso internazionale sulla satira promosso nel 2000 dall'università Ca' Foscari di Venezia».
Sono moltissimi i temi in scaletta del direttore e molteplici i punti di vista sulla città - svelare tutto non si può, per non rovinare la sorpresa al pubblico - ma di certo si può dire che l'intento di Mario Cardinali sarà quello di "ripercorrere la storia della città anche attraverso le caratteristiche peculiari della livornesità". Spiega il direttore: «Oltre a quello che di molto critico dicono di noi gli altri, siamo anche un popolo di marinai - anzi di marittimi, ma soprattutto di bagnanti; siamo un popolo di poeti, e Giorgio Caproni è stato forse quello che ha centrato meglio la nostra anima; siamo un popolo di pittori, un popolo di musicisti, anzi di sonatori; siamo poi un popolo fuori dagli schemi, un popolo di ribelli sempre e comunque insofferenti del potere, di qualunque potere. E talvolta siamo anche "sovversivi" ma sempre privi di un progetto politico concreto - il livornese è l'unico al mondo che è sovversivo, ma fine a se stesso». E nello spettacolo si parlerà dei tempi che furono, con alcuni ricordi personali di Cardinali, autobiografici, della giovinezza e della maturità, e delle ragazze di Livorno, dalle filandrine della prima industrializzazione alle bimbe d'oggi, e del ruolo della donna nella nostra mentalità: «Un ruolo che a Livorno, città matriarcale, è centrale nella cultura popolare, dalla Madonna di Montenero a tirar giù».
La parte finale sarà dedicata a un po' della livornesità "sparata" sulle celebri locandine della sua creatura, il "Vernacoliere", animato dai punti cardine del sentire labronico: dal sesso, alla dissacrazione politica fino all'antiautoritarismo in generale e all'antimilitarismo e all'anticlericalismo in particolare. «E se ci sarà tempo chiuderò con i ferocissimi proverbi della tradizione gastro-ano-genitale della nostra 'civiltà', e le anime candide si dovranno tappare gli occhi e le orecchie: ma anche questa alla fine è la nostra livornesità». Sul finire dell'intervista chiediamo al direttore, da sempre osservatore privilegiato (spesso anticipatore) degli sviluppi del mondo circostante, "che ne sarà di noi" e che cosa accadrà nell'anno che verrà, a livello sociale e politico.
«La verità? - ci risponde pensieroso - sono un po' scoraggiato. Io, che alla mia veneranda età continuo a baccagliare per certe idee, per certi ideali, m'arrabbio da morire e mi sgomento quando sento dire che 'non c'è più destra né sinistra'... Perché la sinistra, per me, è una parola che contiene concetti fondamentali: giustizia sociale, uguaglianza, diritti. Concetti che nei partiti non ci sono più. I partiti, oggi, sono diventati grandi e anche piccoli comitati d'affari. L'unico di sinistra, a sentire tanti, nel mondo di oggi, pare essere il Papa. L'unico rimasto a parlare, per certi versi, di socialismo. Un Papa "comunista": siamo arrivati a questo punto, ma ci si rende conto? Che poi la sua non è ideologia politica e sociale, semmai è carità cristiana - sempre lodevolissima ma pur sempre carità, è fede (che finisce sempre col dire "di raccomandarsi a Dio"). Ma quello che mi fa più spavento è l'odio così tanto diffuso, odio contro il diverso, contro l'immigrato, contro l'umanità. Non è più nemmeno 'razzismo': è odio, odio puro, verso tutto e tutti. Che ha sostituito anche ogni riferimento di salvifica speranza, ogni speranza di ritrovarsi tutti fratelli».
Ma noi a Livorno, siamo fortunati - un riferimento ce l'abbiamo, anzi due: il Vernacoliere e Mario Cardinali. Due luci nel buio. Quasi una religione laica, che ci affratella nello sberleffo e nella risata caustica.
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