Lutto
Signori (reporter) si nasce: Ciriello e Giambruni
Due grandi maestri, una grande passione Raccontare la vita attraverso le immagini
di ELISABETTA ARRIGHI
Se ne sono andati a distanza di pochi giorni l'uno dall'altro, nel mezzo dell'estate. In vita li aveva accomunati la fotografia. Erano simili e al tempo stesso molto diversi. Ma entrambi, attraverso le immagini, hanno raccontato Livorno, i suoi giorni e la sua gente. Per me, giovane cronista - erano gli anni Ottanta - sono stati due "maestri" che hanno accompagnato la mia vita professionale. Luciano Ciriello era il fotografo del Tirreno, Enrico Giambruni quello dell'Accademia navale. Da una parte il giornale cittadino ultracentenario, dall'altra una delle istituzioni, anch'essa ultracentenaria, della quale la città va fiera.
Luciano lo conobbi d'estate in un campo alle Spianate di Castiglioncello. Avevo più o meno diciott'anni e collaboravo con il giornale: ero finita in quel campo perché durante un incendio, mentre i vigili del fuoco spargevano acqua, era sbucato un cadavere. La polizia scientifica, quando arrivai arrancando sotto il sole fra le stoppie bruciate, era già al lavoro. Era la prima volta che mi capitava un fatto del genere, che poteva essere addirittura un omicidio (si scoprì poi che i resti umani appartenevano ad una persona anziana scomparsa da tempo, ndr) e quando mi trovai davanti un ispettore della Squadra Mobile alto un metro e 90 con la pistola infilata nella cintura, mi spaventai, anche perché mi gridò bruscamente di andare via.
"Tranquilla, non ti agitare. Sai quante cose dovrai imparare se vuoi fare questo mestiere": era la voce di un signore che, appena mi girai, mi sorrise a 32 denti. "Sono Luciano Ciriello - proseguì - La prima cosa da fare, in questi casi, è far finta di aver capito. Per poi comparire di nuovo dalla parte opposta… Sennò come farei, io, a scattare le foto?" Con il signor Ciriello, diventato nel giro di pochi mesi semplicemente Luciano, ne abbiamo seguiti a decine di fatti di nera. Io prendevo appunti e lui fotografava.
Era l'aprile del 1986. Gli americani avevano appena bombardato Tripoli per rispondere ai missili lanciati dalla Libia su Lampedusa e a Camp Darby lo stato di allerta era al massimo livello. "O bimba - mi disse Luciano - vieni con me. Prima andiamo a parlare con qualche paracadutista della Folgore, che è già in pre-allarme, e poi si va a Camp Darby". Salimmo in macchina e ci dirigemmo all'Ardenza: in un bar nei pressi della caserma Vannucci mi trovai davanti una decina di parà che Luciano aveva chiamato a raccolta. Poi di corsa verso la base Usa. E qui la cosa si fece complicata.
L'ingresso era stato chiuso con blocchi di cemento: per entrare si doveva sottostare a tre o quattro controlli, e poi si doveva transitare zigzagando fra i blocchi. "Voglio fare solo qualche foto" diceva Ciriello a un paio di massicci soldati Usa che non ci facevano entrare. "Andate via" ripetevano. Fino a quando Luciano spinse in modo fulmineo il piede sul gas e attraversò il blocco scattando a raffica sporgendo la fotocamera dal finestrino. Una volta dentro, i due soldati ci vennero incontro minacciosi, ma poi uno dei due si mise (quasi) a ridere. Era italo-americano e disse a Luci. ano "Molto bravo. Ci hai messo nel sacco".
Il commendator Enrico Giambruni, invece, ha portato avanti il lavoro del nonno che diventò fotografo ufficiale della Marina quando l'Accademia era ancora in costruzione, e poi del padre. Fu proprio Enrico a introdurmi nell'istituto, quando la presenza delle donne nelle forze armate era ancora lontana a venire e Dianora Bussani, ragazza triestina, aveva deciso - a inizio anni '80 - di sfidare lo Stato chiedendo senza successo di essere ammessa a S. Jacopo.
Si muoveva lieve, Giambruni, fra i corridoi austeri dell'Accademia con la sua macchina al collo. Oppure nello storico studio rimasto fino a una ventina di anni fa sugli scali Olandesi. Nella sua carriera ha immortalato centinaia di futuri ufficiali, compreso un giovanissimo Giovanni Falcone arrivato a Livorno per i corsi di complemento. E gli brillavano gli occhi quando si trovava davanti un ammiraglio che lui aveva fotografato per il tesserino quando, ancora imberbe, aveva varcato i cancelli dell'Accademia. Il commendator Giambruni ha accompagnato decine di allievi di prima classe nel battesimo del mare sulla nave scuola a vela Amerigo Vespucci ed ha affiancato in plancia quelli del secondo anno imbarcati sulle navi grigie.
Ha navigato negli oceani e ha brindato con gli aspirati durante il Mak P 100, la festa che cade cento giorni prima della fine del corso. E fu lui, il commendator Enrico, a darmi una mano quando ebbi l'idea di chiedere l'autorizzazione - accordata - per trascorrere un paio di giorni in Accademia (comandante era l'ammiraglio Cristiano Bettini), mangiando, dormendo e facendo attività con gli allievi ufficiali. Io in camera con un'allieva della sanità militare e un'altra, con il mio stesso cognome, dello Stato maggiore.
E lui presente la mattina e il pomeriggio per scattare le foto che andarono a illustrare un servizio in cui, sul Tirreno, raccontavo un'esperienza al femminile in Accademia. Ha scattato, nella sua vita, decine di migliaia di foto, fra cui alcune - bellissime - degli allievi che si riposano stesi sul ponte della Vespucci dopo le manovre alle vele. Ecco, le persone sempre al centro delle storie. Anche in mezzo alle onde, per una sfida all'ultima bolina.
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