Toscana
Sandra Roca Rey e il tocco magico che ha sfiorato la Gioconda
Livorno, abita da 16 anni in città una delle più importanti restauratrici italiane. Ha lavorato al Louvre: vi racconto la mia storia
LIVORNO. «Spero che Livorno trovi la capacità progettuale per restaurare due gioielli come le Terme del Corallo e la Fortezza Vecchia. Dal 1990 questa città è migliorata moltissimo, mi auguro che possa farlo ancora».
È' l'auspicio di Sandra Roca Rey, una delle più importanti restauratrici italiane, se non del mondo, che, appunto, dal '90 ha la sua casa a Livorno.
Di origine peruviana, figlia del più grande scultore del Perù, Joaquin Roca Rey, è, scherza, la donna che (non) restaurò la Gioconda. Ma è passata alla storia (dell'arte), invece, come la donna che restaurò la Gioconda, con tanto di articolo e foto su Paris Match, poi girato in tutto il mondo. Capelli cortissimi, abbigliamento ultrasemplice, piglio gentile e brioso, racconta la sua versione.«In realtà la Gioconda non si restaura, e mai è stata restaurata. Si controlla il suo stato di conservazione, si pulisce, questo sì, ma restauri veri e propri non ne ha avuti mai».
Ma com'è che invece si è creata questa nomea di restauratrice della Gioconda?
«La storia è buffa. Lavoravo al Louvre come restauratrice prevalentemente di opere italiane, Signorelli ecc. A ognuno di noi restauratori la Gioconda veniva affidata una giornata per il controllo appunto sullo stato di conservazione. Il giorno che ce l'avevo io, era presente un fotografo di Paris Match, mi ha scattato una foto con il celebre quadro di Leonardo ed ecco che sono diventata una celebrità».
Vabbé, del tutto falso non è.
«No, certo, anche se è più corretto dire che sono una di quelle persone che hanno contribuito alla conservazione della Gioconda. Per il resto, la Gioconda è considerata intoccabile! E' come un'icona che non può cambiare: il mondo la ama così come è«.
Facciamo un salto indietro, a quando dal Perù è approdata in Italia e a come ha scelto la sua professione.
«Mi ritengo fortunata perchè sono cresciuta in una famiglia di persone di cultura ma anche di grandi mattacchioni. Anche ora la mia famiglia è direi originale e fuori dagli schemi: mio fratello Blas è attore, mio figlio Luca è musicista, ho uno zio torero, uno direttore di teatro, cugini artisti... Sono figlia di un grande scultore peruviano Joaquìn Roca Rey, una persona piena di gioia ma anche di tormento, creativo e formale allo stesso tempo. Quando avevo 10 anni, nel 1963, decise di fare il grande passo di trasferirsi in Italia per amore di mia madre».
È stato difficile cambiare continente?
«Per me è stato davvero traumatico. Intanto a scuola a Roma mi prendevano in giro, ero la diversa, la peruviana con il poncho e il chuyo (il tipico cappellino), gli orecchini. Nell'età di passaggio tra l'infanzia e l'adolescenza ho vissuto momenti crudeli. A parte questo, in Perù avevo una famiglia numerosa e allegrissima, mio padre aveva otto fratelli e di conseguenza io 40 cugini più o meno della mia età, ero sempre in compagnia. La famiglia italiana di mia madre invece era composta da persone anziane, molte donne, tante zie, atmosfera ben più cupa, però tutte laureate (mi ricordo in particolare la zia Dirce, del 1900) e questo è stato comunque formativo per la mia crescita culturale. Mi mancava però la spensieratezza della mia vita peruviana».
Come si sono integrate le due anime, quella peruviana e quella italiana?
«Sono cresciuta in Perù e ho caratteristiche peruviane, non solo fisiche ma anche interiori: mi appartengono la nostalgia, la saudade, la giovialità, la disponibilità, gli aspetti ludici e festaioli. Su questa base si è innestata la mia formazione successiva italiana ed europea, più colta e razionale».
A Livorno come c'è capitata?
«Per via del lavoro di mio marito, ingegnere all'Eni. L'ho conosciuto a Panarea, lavorava a Reggio Calabria, quindi è stato trasferito a Livorno. Qui mi trovo bene, è una città con tante potenzialità. Mi ricordo il quartiere Venezia quando ci ho aperto il mio primo studio, c'erano ancora i palazzi sventrati dalla guerra, oggi è un gioiello. Mi piacerebbe che cose analoghe potessero essere fatte per la Fortezza Vecchia e per le Terme del Corallo».
Come ha deciso di diventare restauratrice?
«Grazie a mio padre io sono sempre vissuta in mezzo all'arte, però ne conoscevo l'aspetto creativo, e quello del collezionismo. Mio padre era anche un collezionista, e uno studioso sul campo, mi ha anche portato con sé in a fare in Perù gli scavi di opere precolombiane.Quello che invece non conoscevo era l'aspetto scientifico dell'arte. Nel '66 , dopo l'alluvione di Firenze, andai a vedere una mostra sul restauro delle opere danneggiate dall'acqua. Per me, fu una folgorazione. Mi iscrissi all'istituto di restauro di Roma, un'eccellenza come l'Opificio di Firenze, una scuola molto dura, a numero chiuso. Una passione che non mi è più passata: non occorre solo l'abilità manuale, ma una conoscenza approfondita della storia dell'arte , devi conoscere, nel restauro, le leggi della fisica e della chimica, come reagiscono i solventi sulla pellicola pittorica, aspetto scientifico ignorato nell'antichità, dove si pulivano le opere con la soda caustica, onde per cui molte sono state sciupate. Quante opere d'arte sono state rovinate proprio dai restauri fatti in epoca antica, e ci troviamo a dover rimediare non solo ai danni del tempo ma dei nostri "antenati" restauratori».
Quali le sue esperienze sul campo che ricorda più volentieri?
«Parto da quando andavo ancora all'istituto d'arte. Ci portarono ad Assisi, a restaurare gli affreschi della Basilica, prima del terremoto. E poi in Friuli, dopo il terremoto. Qui ho avuto una sorta di crisi di coscienza, mi trovavo con gente che aveva perso la casa, e noi eravamo lì con i nostri pennellini, mi sembrava futile. Invece non è così, l'arte, il bello, ti aiutano a vivere.Altra esperienza splendida: come restauratrice al Louvre. Ma anche come formatrice di restauratori locali in Sri Lanka, dove nell'ambito di un progetto internazionale ho insegnato a recuperare templi e monumenti immersi nella giungla, rovinati dalle intemperie ma anche dagli escrementi delle scimmie e degli uccelli. Anche lì, occorre un'analisi molto approfondita dei materiali e di ciò che ha creato i danni. Ma poi è difficile dire, mi piace tutto, da quando ho lavorato in chiesette sulle montagne della Corsica, senza luce e acqua, ma in luoghi meravigliosi. Non solo l'arte è bella, ma sta anche i luoghi belli. Sì, lo posso dire, il mio è un lavoro meraviglioso».
Le piace di più restaurare o insegnare?
«Decisamente lavorare sul campo, ma mi piace molto anche trasmettere quello che io ho imparato, è importante per il futuro».
Consiglierebbe il suo lavoro a una ragazza di oggi che sta per scegliere il suo futuro formativo?
«Alla mia epoca, quando sceglievi una facoltà non ti dovevi chiedere: troverò lavoro? Oggi è più difficile, ma c'è da dire che nel mio settore il lavoro non manca, le opere da restaurare sono così tante. E' necessario avere voglia e umiltà di studiare tanto e la disponibilità a viaggiare. e non bisogna aver paura di non poter conciliare lavoro e famiglia. Quando avevo il bimbo piccolo e ho avuto l'incarico al Louvre, l'ho iscritto all'asilo a Parigi, e mio marito veniva su nei fine settimana a trovarci».
Su che cosa sta lavorando adesso?
«Ho appena terminato di lavorare sugli affreschi del Ghirlandaio in una incantevole cappella a Firenze. E mi aspetta un lavoro sulle mura medievali dell'Ambasciata americana a Roma«.
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