Il Tirreno

Livorno

Dal mare al piatto ecco le acciughe fatte dagli studenti

di Alessandro Farulli
Dal mare al piatto ecco le acciughe fatte dagli studenti

Protagonisti i bimbi della 3ª B delle Carducci Il laboratorio Slow Food è un successo

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LIVORNO. Mangiare acciughe a Livorno è una scelta "politica". Perché è il nostro pesce. E' appartenenza, quindi, ma anche lavoro. Tanto lavoro. Fino a 12 ore al giorno, la maggior parte di notte. Per poi portarle a terra e venderle a pochi spiccioli, visto che sono tra i pesci più economici che si possono trovare sui banchi. Una storia molto livornese. «Se potesse parlare l'acciuga direbbe dè» ha spiegato Marusca Falanga, socia di Slow Food, alla platea di ragazzini, la classe III B delle elementari Carducci, arrivati al Mercato Centrale per conoscere la storia del pesce e della pesca sostenibile. L'iniziativa è dell'associazione e fa parte del progetto Orto in condotta. Accompagnati dalle maestre Rita Brogi e Eleonora Sposini, i bimbi hanno prima acquistato le acciughe, poi le uova, la farina e, assieme alla segretaria di Slow Food di Livorno Valentina Gucciardo, le hanno preparate per essere impanate e poi fritte. «Stasera chiedo a mamma di farle friggere a me», dice un bambino. «Ho scoperto che le uova sono grandi o piccole a seconda che le abbia fatte una gallina giovane o vecchia», racconta una bambina. L'entusiasmo è tanto, tutti i bambini hanno voluto pulire il pesce. Tutto mentre Marusca, splendida signora livornese del 1948, come ha raccontato con orgoglio, narrava la storia della pesca nella nostra città. Pezzi di vita vissuta, grondanti di ricordi di un tempo lontano, il dopoguerra, «ma non è detto che quel tempo non torni» ha ammonito bonariamente ma non troppo i giovani studenti. «Quando ero piccola vivevo vicino al porto - ha detto - e sulle barche lavoravano e vivevano bambini come voi. Nei giorni freddi mio padre mi faceva un fischio un po' strano e io capivo che dovevo allungare la tavola perché avremmo ospitato quei ragazzetti che avevano fame e bisogno di scaldarsi». La sala dove si è tenuto l'evento si chiamava "delle gabbriggiane" perché ai tempi le donne del Gabbro scendevano a Livorno per vendere uova e verdura. «Era quello che oggi si chiama chilometro zero - ha spiegato Marusca - non si è inventato nulla. In realtà i chilometri erano 15 e li facevano a piedi con la cesta sulla testa. Questo ci ricorda anche il lavoro che c'era e che c'è dietro ciò che mangiamo. Come la pesca dietro le acciughe. Quindi bisogna che portiate rispetto per quello che mangiate. Abbiamo un mondo solo, e un benessere che non è detto che sia per sempre».

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